Giustizia, Pace, Integrità del Creato
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Le discriminazioni del linguaggio neutro

Settimana News 05.03.2022 Chiara Giaccardi Tradotto da: Jpic-jp.org

Se non sei per il nuovo “neutralizzante” sei per il vecchio “discriminante”: così si potrebbe riassumere in modo un po’ caricaturale, il dibattito sul cosiddetto “linguaggio inclusivo”. Un testo profondo, articolato e abbastanza difficile che ci permettiamo semplificare per la sua divulgazione senza tradirne il pensiero.

In questo breve spazio vorrei sollevare tre questioni, tre inviti alla riflessione, con un preliminare per cercare, per quanto possibile, di superare la fallacia dualista che è alla radice della questione.
Come scriveva Adorno, la libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a una scelta prescritta. E’ un invito a sfuggire dalla logica mutilante della polarizzazione – quella sì, binaria – che mortifica la complessità delle questioni, stigmatizza il dubbio, che non è più consentito: perché dentro lo schieramento, da una parte e dall’altra, solo l’allineamento è ammesso. Così si uccide il diritto alla critica (da krino, discernere), senza la quale ci consegniamo a un non-pensiero che apre la via alla violenza, simbolica e non, e ai fondamentalismi di ogni natura e colore.

1-. Il “linguaggio inclusivo”.

Il cosiddetto “linguaggio inclusivo” (asterischi, schwa, etc.), per quanto nobile nell’intenzione produce di fatto un cortocircuito nella non-discriminazione: con l’effetto paradossale che cancellare le differenze diventa un modo legittimo per difenderle. Contrastare la violenza della discriminazione con la violenza della cancellazione delle differenze è gesto reattivo: alla fine si rimane intrappolati in una schismogenesi - insieme di interazioni tra individui o gruppi che dà origine a divisioni tra i gruppi o tra gli individui -. Le due posizioni polarizzate, egualmente parziali, l’una l’opposto dell’altra, per conseguenza, si escludono e insieme si tengono in piedi a vicenda. E’ una frattura insanabile, ma che alla fine diventa un rapporto di dipendenza reciproca.

Il tutto a danno della concretezza e complessità che vengono immolate sull’altare delle opposte ideologie. La sfida, invece, non è cancellare le differenze (operazione astratta e violenta), ma evitare che diventino disuguaglianze. Non a caso, a fronte di un inclusivismo nominalistico crescono le discriminazioni e le esclusioni di fatto: donne, migranti, giovani, famiglie, restano vittime di una forbice sociale sempre più esasperata, mentre la retorica del neutro annacqua la protesta sociale.

Roland Barthes scriveva che il linguaggio è fascista, non perché impedisce di dire le cose ma perché obbliga a dirle in un certo modo. L’invito è a una riflessione sul “fascismo del neutro”, e su tutto ciò che questa forzatura linguistica ci obbliga a cancellare. A cominciare da quel “genere vernacolare” (Ivan Illich), che è legame tra le generazioni, sapere del corpo, e resistenza alla colonizzazione del pensiero tecno-economico.

2-. Il neutro, genere dell’homo oeconomicus.
Come scriveva ancora Ivan Illich, il linguaggio dell’epoca industriale (e oggi ipertecnologica) è contemporaneamente neutro e sessista. Un falso universalismo, che è in realtà un riduzionismo spacciato per liberazione: perché gli esseri umani non sono mai “neutri” – solo le cose, e le macchine in particolare lo sono. “La comparsa di una sessualità neutra è uno dei presupposti necessari dell’apparizione dell’homo oeconomicus. Il soggetto su cui si basa la teoria economica è proprio questo essere umano neutro” (Illich, Genere).

Il neutro è il genere dell’homo oeconomicus, frutto e insieme condizione di un riduzionismo esasperato dove vale solo ciò che è ‘prodotto’. Il regime neoliberista isola ciascuno facendolo diventare produttore di se stesso (Byung-chul Han). Oggi “ci produciamo” in modo compulsivo. La stessa “autenticità” rappresenta una forma di produzione neoliberista. “Mediante il culto dell’autenticità, il regime neoliberista si appropria della persona e la trasforma in un sito produttivo ad altissima efficienza, così l’intera persona viene integrata nel processo di produzione. La sovranità cede il passo a una nuova sottomissione che si spaccia per libertà: il soggetto della cultura neoliberista è, in questo senso, un servo assoluto in quanto si sfrutta da solo senza alcun padrone”. Il neutro, insomma, non contribuisce alla “costruzione di un vocabolario libero dagli interessi”

(Gilbert Simondon), al contrario ci conforma agli imperativi del tecno-capitalismo, risucchiandoci nell’abbraccio fatale (Foucault) tra individualizzazione e totalizzazione. Anche Fabrice Hadjadj si chiedeva: da dove può venire oggi il progetto di “coincidere con se stessi” (il mito ‘autenticità e autorealizzazione’) se non dal paradigma tecnocratico?

E questo non può essere visto come una liberazione, ma come una sottomissione a un macrosistema tecno-economico che ha bisogno di nuovo immaginario per farsi il più possibile pervasivo. Un “paternalismo libertario” (Sunstein), che estende a ogni ambito la logica del mercato, è tutto tranne che liberante e rispettoso della dignità della persona.

Se la produzione (compresa la messa in produzione di sé) diventa l’unico modo legittimo di realizzarsi, la fluidità necessaria a questo progetto richiede “una distruzione senza scrupoli di ogni legame” (Byun-Chul Han). Il che ha come correlato culturale un individualismo radicale, alla fine condannato all’afasia. L’asterisco e lo schwa, che sono impronunciabili e cacofonici, servono all’espressione-affermazione di sé e non alla comunicazione, dove la parola che risuona è quanto crea il legame io-tu (Walter Ong).

L’ossessione per l’identità misconosce il fatto che non siamo “prodotti”, ma “processi”, e che il diventare chi siamo è una dinamica di individuazione, intrinsecamente relazionale. L’amore di sé che non è apertura all’altro (alter costitutivo, non aliud minaccia) diventa vacuo: “L’amore che si ripiega su di sé, chiude il cerchio ed è un triste scacco dell’amore” (V. Jankélévitch).

3-. La crisi del simbolico
Il neutro, scelto come via per la non discriminazione, è il frutto di una crisi del simbolico che ci espone senza difese a un incrocio tecnologico dove l’umano è letto con il codice della macchina (binario/non binario appunto). La crisi del simbolico è un segno di quella “crisi dello spirito” (Paul Valéry) che è anche una crisi del pensiero. Questo è oggi il vero nemico da cui guardarsi.

Per Byung-chul Han, la scomparsa dei simboli rimanda alla crescente atomizzazione della società, che diventa sempre più narcisistica. Ma c’è dell’altro. L’estensione della produzione a ogni ambito della vita umana porta a ridurre il linguaggio al paradigma tecno-scientifico, fatto di etichette anziché di parole che sono simboli e che legano chi le pronuncia agli altri e al mondo (Panikkar, Lo spirito della parola).

Alla fine il non essenzialismo del neutro si tramuta in una metafisica neoessenzialista della macchina e della produzione che parlano un linguaggio autoreferenziale fatto non per comunicare ma per fabbricarsi; nell’illusione di poterlo fare da soli, come somma di scelte individuali, a prescindere da tutto.

Ora, il simbolo è ciò che lega, ciò che concretizza i legami sociali, che circola e circolando li alimenta (Gilbert Simondon). Che siamo ‘legame’, il che non è un impedimento ma la condizione stessa del nostro esserci e del nostro divenire, la pandemia ha cercato di insegnarcelo. Il legame è una realtà esistenziale e anche epistemologica. Il simbolo non è mai neutro. Non rassicura, non risolve. Dà a pensare (Ricoeur). Pensare nel simbolo significa anche riconoscere la dualità (non il dualismo, tantomeno il binarismo!) di maschile e femminile, reciprocamente costitutivi, non pensabili l’uno senza l’altro, mai definibili in modo esaustivo, inesauribili nella gamma delle possibili concretizzazioni, con buona pace dei grotteschi tentativi di trovare un termine per ogni sfumatura di genere.

La questione del linguaggio
Torniamo così al linguaggio. Il linguaggio umano non è referenziale ma “differenziale”: c’è sempre uno scarto, un margine di non dicibile che lascia aperte le parole. La non-coincidenza è la culla del significato: “Non ci sono che sottintesi in qualsiasi lingua”, scriveva Merleau-Ponty. La “de coincidenza” è ciò che caratterizza la libertà: uno scarto che consente la possibilità di vedere diversamente, ridefinire la situazione e così poter cambiare il corso delle cose. Allora, parafrasando Adorno, libertà oggi non è sostituire “non binario” a “binario”, ma sottrarsi a questa scelta prescritta, che pretende di leggere l’umano col codice delle macchine.

E tornare a pensare e parlarci nel simbolo, che accoglie tutti.

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