Giustizia, Pace, Integrità del Creato
Giustizia, Pace, Integrità del Creato
Giustizia, Pace, Integrità<br /> del Creato
Giustizia, Pace, Integrità del Creato
Giustizia, Pace, Integrità del Creato

Possedere la lingua, strumento di advocacy

Moroyok (Juba - Sud Sudan) 04.03.2019 Christian Carlassare Tradotto da: Jpic-jp.org

Sono arrivato tra i Nuer nel novembre 2005. Era il mio primo incarico di missione. Aspettavo con impazienza quel momento dopo tanti anni di formazione. Quel momento era arrivato e la mia prima preoccupazione era imparare la lingua. Non nascondevo la mia trepidazione: era la mia prima lingua non europea.

I miei confratelli mi furono preziosi ed erano per me un continuo punto di riferimento. Feci amicizia con molti giovani nuer che hanno cercato di insegnarmi la loro lingua. Ogni giorno passavo ore sotto gli alberi conversando con quei ragazzi. Piaceva loro il progetto di pubblicazioni del Summer Institute of Linguistics: una moderna lettura del linguaggio nuer che era iniziata nel 1982 e arrivò alla quinta edizione nel 1994. Mi facevano ripetere le frasi una per una centinaia di volte. Seguivo anche le trentotto lezioni della grammatica pedagogica curata negli anni Cinquanta da Eleanor Vandevort, un'evangelista americana che risiedette a Nassir dal 1949 al 1963. Facevo costante riferimento al Nuer - Dizionario inglese di p. John Kiggen, un missionario della St. Joseph's Society e usavo con grande stima i Lineamenti di una grammatica nuer del missionario comboniano, Pasquale Crazzolara pubblicata nel 1933.

I Nuer sono molto orgogliosi della loro lingua e cultura. Si riferiscono a se stessi come Nɛyti naath - il Popolo tra i popoli - e chiamano la loro lingua Thok Naath - la lingua del Popolo -, distinguendola dagli altri idiomi che definiscono semplicemente la lingua dei Dinka, o degli Schilluk e così via. Un proverbio nuer dice Thilɛ thok gua̠ndɛ - una lingua non ha proprietari, il che significa che una lingua appartiene a tutti coloro che la usano. Pertanto, i Nuer sono molto contenti quando sentono altre persone parlare la loro lingua e la lingua è l'unica porta d'ingresso necessaria per diventare parte della loro popolo. Non solo, un altro proverbio nuer dice Thi̠i̠k we̠c ɛ ji̠kɛ - Le persone sono la porta nel paese. Tuttavia, i Nuer non rendono questo accesso facile a nessuno. È eccezionale trovare un Nuer che insegni la sua lingua ad uno straniero, oltre al fatto che pochi hanno la capacità di presentare sistematicamente la loro lingua con le corrette spiegazioni di grammatica, sintassi e struttura.

Anche l'etnologo E.E. Evans Pritchard nel suo celebre libro The Nuer; una descrizione delle modalità di sostentamento e delle istituzioni politiche di un popolo nilotico, lo rileva. Dice che ha ottenuto tra gli Zande più informazioni in pochi giorni con l'aiuto di un traduttore che tra i Nuer in altrettante settimane. Non riuscì ad avere dati sulle abitudini dei Nuer per mezzo di un traduttore finché non ebbe imparato la loro lingua. Inoltre, i suoi tentativi di scavare in profondità nella loro cultura erano costantemente ostacolati. I Nuer sono degli esperti nel depistare una ricerca e, fino a quando non si è risieduto in mezzo a loro e si ha imparato la loro lingua, sono dei maestri nel vanificare ogni sforzo per ottenere i fatti più semplici e per chiarire le pratiche più innocenti, osserva. Visse in mezzo a loro e aveva visitatori durante tutta la giornata, specialmente i giovani che amavano stare con lui, nella sua tenda, fumare il suo tabacco, scherzare e chiacchierare ma mai erano disposti a discutere questioni serie. Sebbene i Nuer dicano che una lingua non ha proprietari, è una sfida riuscire a possederla.

Avevo iniziato con grande entusiasmo. Tuttavia, ben presto capii quanto fosse arduo il nuer. Confondevo facilmente una parola monosillabica con un'altra. Non sentivo le diverse intonazioni delle sette vocali di base che producono diciotto suoni diversi e molti dittonghi. Non afferravo il modello e il cambiamento della vocale radicale e della consonante finale nelle declinazioni e coniugazioni. I nomi hanno tre casi: nominativo, genitivo, locativo e le forme verbali molti casi irregolari. Ultimo, ma non meno importante, tutte le lingue, e così pure il nuer, preferiscono spesso liberarsi dalle regole grammaticali per una comunicazione più facile scelta solo perché suona meglio. Mi ritrovavo a costruire un'ipotesi grammaticale regolarmente demolita non appena la usavo nella conversazione. Incominciai a pensare che non sarei mai riuscito a possedere quella lingua, ma continuai nel mio impegno e il lavoro pastorale mi venne in aiuto. Quando visitavo le cappelle della parrocchia, vivevo nelle famiglie e usavo solo la lingua nuer per comunicare. Mentre predicavo e insegnavo, parlavo come meglio potevo e poi chiedevo a qualcuno di ripetere ciò che avevo detto. In questo modo, potevo verificare se fossi stato chiaro, se avevo commesso degli errori e come potevo correggere e migliorare la mia capacità comunicativa. Fu davvero un lavoro paziente. Trovavo energia nel rendermi conto che la gente apprezzava i miei sforzi. Studiando la loro lingua, mi facevo sempre più vicino a loro e, a poco a poco, conquistavo la loro simpatia. La lingua all'inizio era una barriera; poi, quasi inavvertitamente, divenne il mezzo per costruire relazioni. Mi resi conto di quanto fosse importante ascoltare, soprattutto i responsabili della comunità cristiana e i catechisti con cui trascorrevo la maggior parte del mio tempo. Il loro modo di esprimere era così diverso dal mio! Mi aiutarono a liberarmi dalla mia mentalità europea e ad avvicinarmi alla mentalità nuer.

Una lingua non è solo un insieme di espressioni. Ogni lingua riflette anche la mentalità e la cultura delle persone che la usano. Essere padroni di una lingua significa anche possedere la cultura e la mentalità di un popolo. Facciamo alcuni esempi. Un Nuer non saluterà una persona augurando buongiorno, ma offrendo la sua pace e chiedendoti di essere lì. La risposta: Sì, sono qui. Questo perché il Nuer non ha aspettative di futuro, vive solo confidando nel presente. Ciò che è importante è essere vivi ora e essere in pace con gli altri ora, questo è tutto. I Nuer non hanno una parola per dire grazie. Dicono semplicemente Bene, il che significa che quello che hai fatto è cosa buona. Riconoscere una azione come buona, vuol dire che era tuo dovere farla: è stato bello quello che hai fatto per la comunità. Un ultimo esempio. Nella lingua nuer, c'è solo una parola per dire ho bisogno, mi piacerebbe, vorrei. Questo fatto mi fa pensare che, nella loro cultura, i Nuer non desiderano ciò di cui non hanno bisogno e quindi non lo chiedono. In conseguenza, non è maleducato dire lo vorrei, perché significa semplicemente che ne ho bisogno. Allo stesso modo, la parola amore non richiama un sentimento romantico nei confronti di qualcuno, ma la volontà di essere d'accordo, di prendersi cura dell'altro. Non è questione di sentimenti, ma di un atteggiamento della propria vita. Farai come ti ho detto? Sì, certamente; sono d'accordo con te; lo accetto; mi piace; m'incanta farlo. Dal momento che dici tutte queste azioni con una sola parola, non c'è nessuna dicotomia tra ciò che una persona desidera e ciò che fa realmente. Se qualcuno non ha fatto qualcosa, è perché non lo desiderava, non era d'accordo, non gli piaceva. L'amore non è un sentimento ma un'azione che qualcuno effettivamente fa. Allo stesso modo, non ci sono parole in nuer per gli ideali o le realtà astratte. Un Nuer non parlerà di giustizia, ma di comportamento giusto, corretto o buono, in merito a doveri e responsabilità.

Imparando la lingua dei Nuer, mi sono interessato alla loro letteratura orale. È così ricca di canzoni, proverbi, indovinelli, racconti e miti! Porta con sé la saggezza che ha orientato il comportamento di tante generazioni. A volte la letteratura orale, essendo parte della società tradizionale, si afferra a valori conservatori e ha paura dei cambiamenti. Altre volte invece rivela ciò che le persone e la società hanno bisogno di cambiare. Questo è il punto di incontro con il Vangelo, che è sempre orientato al cambiamento. Durante i corsi per i catechisti e i responsabili della comunità, oltre a leggere e commentare insieme le Sacre Scritture, abbiamo iniziato a raccogliere i proverbi e i racconti popolari tradizionali. Ci sono voluti sei anni di lavoro per pubblicare il materiale raccolto nel libro Nuer Folktales, Proverbs and Riddles.

Perché un missionario dovrebbe impegnarsi nella raccolta e conservazione della letteratura orale di un popolo? Non potrebbe semplicemente sostituirlo con i racconti del Vangelo e rispondere così in modo più appropriato alle sfide moderne della società?

Diciamo che l'evangelizzazione non consiste semplicemente nel sostituire i vecchi abiti con dei nuovi. Il missionario è sensibile al rispetto dovuto all'identità delle persone che evangelizza. La lingua e la letteratura orale sono i veicoli della cultura e dell'identità di ciascun gruppo etnico. Modellano il modo in cui la gente pensa, fissano i loro valori e orientano i modelli di comportamento. Certi elementi della società tradizionale si aggrappano a valori conservatori e temono ogni trasformazione. In realtà, i continui cambiamenti esercitano una pressione sulla società, minano l'identità delle persone e provocano una sottocultura del vuoto. La necessità di aggrapparsi a solide radici è quindi grande. Tuttavia, il cambiamento è talvolta inevitabile e in alcuni casi più che necessario. La sfida consiste nel fare i passi giusti, promovendo un cambiamento che sia profondamente radicato nell'identità delle persone.

Mentre il Vangelo è sempre orientato al cambiamento, non getta via il vecchio per il nuovo, promuove piuttosto una trasformazione dall'interno della cultura reinterpretandola nel nuovo contesto, sia a livello sociale che a livello spirituale. Papa Francesco lo afferma molto chiaramente nel messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale del 2015: Oggi la missione della Chiesa ha davanti a sè la sfida di soddisfare il bisogno di ogni persona di ritornare alle sue radici e di proteggere i valori della sua cultura. Ciò significa rendersi conto che tutti i popoli e tutte le culture hanno il diritto di essere aiutati, partendo dalle proprie tradizioni, ad entrare nel mistero della saggezza di Dio e accettare il Vangelo di Gesù, che è una forza illuminante e trasformante per tutte le culture. In questo modo essere un vero Nuer, un vero Dinka, o vero Bari è il punto di partenza per accettare Cristo e diventare un vero cristiano.

D'altra parte, c'è una nuova emergente preoccupazione, ovunque e che in Africa è molto forte. L'identità nazionale è minacciata da una riduttiva appartenenza tribale. La preoccupazione della Chiesa è di formare nel popolo un'identità più ampia e universale che vada oltre l'identità tribale riduttrice. La Chiesa ha uno speciale mandato, quello di promuovere sia un'identità cristiana interetnica sia un'identificazione positiva con la propria cultura. Infatti, quanti sentono che la loro lingua e cultura sono sottostimate tendono a considerare la diversità come una minaccia, i cambiamenti fanno paura e in alcune circostanze portano a reagire violentemente. Quelli invece che sono ben radicati nella propria cultura sono capaci di creare relazioni interculturali. I conflitti nel Sud Sudan sono nati spesso da una scarsa comprensione, da false comunicazioni, da una stima ridotta all'interno delle comunità che hanno alimentato profonde frustrazioni.

Per questo motivo, la lingua è altamente rilevante anche nel processo di advocacy. Per formare le persone a difendere e rafforzare i loro diritti umani e sociali, non è sufficiente essere in grado di scambiare correttamente esperienze e idee; bisogna saper parlare il linguaggio delle persone usando la loro narrativa, il loro mondo immaginario, la loro visione della vita e la loro mentalità. Daniele Comboni nel tentativo di rigenerare il popolo africano aveva coniato un'espressione appassionata, "O Africa o morte". Allo stesso modo, le persone impegnate nell'advocacy, se comprendono che l'identità di un popolo è profondamente radicata nella sua lingua e cultura, devono costruire un dialogo sincero partendo da una presa di posizione coraggiosa: O madrelingua o morte!

Lascia un commento