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Africa. La ricchezza mineraria del Congo è diventata la sua maledizione

Avvenire 28.01.2023 Francesco Gesualdi Tradotto da: Jpic-jp.org

Cobalto, rame, oro, diamanti: l’estrazione è sempre più controllata, tuttavia estorsioni, corruzione e violenze «schiacciano» i minatori artigiani e migliaia di bambini

A causa delle sue ricchezze minerarie, la Repubblica Democratica del Congo, che papa Francesco si accinge a visitare, gioca un ruolo strategico nello scacchiere economico internazionale. Oltre a diamanti e oro (rispettivamente al quarto e sedicesimo posto per produzione), il Congo è strategico per cobalto, rame e coltan (columbo-tantalite), tre minerali che stanno alla base della transizione energetica e tecnologica. Il cobalto per la produzione di batterie, il rame per la produzione di materiale elettrico, il coltan per i componenti elettronici.

Le principali zone minerarie del Congo sono il Katanga, nella parte meridionale, e il Kivu nella parte orientale. Nel Katanga si estraggono principalmente cobalto e rame, nel Kivu coltan, oro e diamanti. Le fonti ufficiali stimano che complessivamente il settore minerario contribuisce al 18% del prodotto lordo congolese, ma molti pensano che si tratti di un dato sottostimato considerato che in Congo una parte cospicua dell’attività estrattiva avviene in maniera informale. Così come gran parte del commercio avviene sotto forma di contrabbando. In particolare in Kivu, conteso da innumerevoli gruppi armati dalle origini più disparate e da decenni teatro di scontri. Il 22 febbraio del 2021 perfino il nostro ambasciatore, Luca Attanasio, assieme al carabiniere Vittorio Iacovacci, perse la vita in questa regione, vittima di un’imboscata da parte di una delle tante bande armate che infestano la zona. Ciascuna con finalità e affiliazione diverse. Alcune più strutturate e collegate a movimenti di Paesi limitrofi come il Ruanda o l’Uganda se non a movimenti internazionalisti come quelli islamisti; altre più estemporanee rispondenti solo alle velleità di capi e capetti, desiderosi di affermare un proprio spazio di potere e di accumulare ricchezze tramite estorsioni, rapimenti o contrabbando delle risorse minerarie.

Conscia del forte legame esistente fra commercio di minerali provenienti dal Kivu e uso dei loro proventi per l’acquisto di armi da parte delle varie fazioni operanti sul campo, una parte della comunità internazionale ha cercato di porre rimedio al fenomeno imponendo trasparenza a tutti gli attori della filiera. In altre parole, ogni operatore che fa uso di minerali potenzialmente provenienti dalla zona dei Grandi Laghi, ha l’obbligo di tracciare il loro percorso e deve renderne conto pubblicamente. Nel gennaio 2021 anche l’Italia ha recepito la direttiva europea che impone quest’obbligo. Il che costituisce un passo avanti importante sperando che non sia vanificato dalla capacità della macchina del contrabbando di falsificare i documenti.

La catena di intermediazione che porta i minerali dal sottosuolo del Kivu alle imprese metallurgiche situate in Europa e in Asia, è piuttosto lunga e succede che a ogni passaggio siano imposte tasse e balzelli per permettere al potere che esercita il controllo sul territorio di potersi arricchire attraverso il commercio dei minerali. Le estorsioni cominciano a livello dei piccoli acquirenti che comprano il minerale grezzo dai minatori e continuano fino agli esportatori. Nel 2007, l’organizzazione umanitaria Global Witness ha accusato Afrimex, una società di intermediazione mineraria con sede a Londra, di sostenere il gruppo paramilitare Rcd-Goma, tramite l’acquisto di coltan su cui era stato applicato un prelievo dell’8% da parte del gruppo ribelle. La sezione britannica dell’Ocse, chiamata a esprimersi sul caso, concluse che «Afrimex non si era assicurata che le sue attività non sostenessero il conflitto armato e il lavoro forzato».

A pagare il prezzo più alto di questo sistema estorsivo sono i piccoli operatori che stanno alla base della piramide produttiva e commerciale. In Kivu, l’estrazione avviene principalmente per opera di singoli, i così detti “minatori artigiani”, che una volta individuato un sito a loro parere promettente chiedono il permesso di sfruttamento al proprietario del terreno. Quindi iniziano l’estrazione avvalendosi della collaborazione di persone in cerca di occupazione. Trattandosi di lavoro informale nessuno sa di preciso quanti siano i minatori artigiani in Kivu, ma si stima che siano alcune centinaia di migliaia. Sottoposti a orari massacranti e a condizioni di lavoro rischiose, senza alcun potere contrattuale sono costretti a vendere il ricavato del loro lavoro ai prezzi fissati dai grossisti locali, sempre che il potere militare di turno non si appropri indebitamente di ciò che hanno estratto. Secondo la ricostruzione del valore operato da varie organizzazioni, i minatori ottengono una media dell’1% del valore di uscita dalle fonderie, nel caso del coltan, e dello 0,8% nel caso della casserite.

Il peggio è che secondo uno studio dell’Institut d’études de sécurité dell’ottobre 2021, una gran parte del coltan è estratta col lavoro di più di 40mila bambini e adolescenti. Originari di villaggi sperduti del Kivu, la povertà li induce ad abbandonare la scuola, che spesso non hanno mai frequentato, per cercare lavoro nei siti di estrazione dove sono destinati alla frantumazione e al lavaggio dei minerali. Ma quando possono si dedicano anche ai piccoli traffici vendendo il coltan per somme irrisorie nelle cittadine collocate lungo la frontiera col Burundi, il Rwanda o l’Uganda. Effettuando lavori da adulti in ambienti insalubri hanno gravi problemi di salute. I rischi professionali comprendono l’esposizione quotidiana al radon, una sostanza radioattiva associata anche al coltan, che è causa di tumore al polmone. E trovandosi soli in ambienti sconosciuti, oltre al rischio di abusi e violenze i bambini sono anche esposti al traffico di esseri umani e al reclutamento da parte dei gruppi armati come bambini-soldato.

Se abbandoniamo il Kivu e ci trasferiamo in Katanga troviamo una situazione produttiva molto diversa. Qui dominano le grandi miniere gestite da multinazionali cinesi, canadesi, sudafricane, europee. Ciò non di meno, si trovano molti problemi tipici del Kivu. Ad esempio, anche in quest’area è molto sviluppato il fenomeno degli artigiani minatori che estraggono circa il 20% del cobalto. E benché qui l’attività degli artigiani sia più controllata, le violazioni di legge sono numerose. Ad esempio nell’agosto 2016 e di nuovo nel novembre 2017, Amnesty International denunciò una larga presenza di lavoro minorile nelle miniere di cobalto: tra i 20mila e i 40mila minori sottoposti a condizioni indicibili. La notizia mise in difficoltà l’intera filiera produttiva, dalle multinazionali estrattive, ai traders, fino alle imprese manifatturiere che utilizzano il cobalto per la fabbricazione di batterie da inserire nei propri prodotti. Fra esse le imprese di auto elettriche, di smartphone, di computer. In un primo momento la linea di difesa fu che l’estrazione mineraria industriale e quella artigianale non hanno niente in comune.

Poi venne ammesso che il confine fra le due attività è molto labile perché molti artigiani scavano in aree di proprietà delle grandi imprese e vendono a queste ultime ciò che estraggono, come se lavorassero in subappalto. Non a caso, ora la Borsa di Londra, in cui si effettuano le principali contrattazioni mondiali di minerali e metalli, esige dai propri membri dei rapporti di tracciabilità. Intanto un procedimento avviato dal Dipartimento della Giustizia statunitense e conclusosi nel maggio 2022, ha appurato che Glencore, multinazionale svizzera gestore di otto miniere di rame e cobalto in Katanga, fra il 2007 e il 2018 ha pagato, in mazzette, 27,5 milioni di dollari a funzionari della Repubblica Democratica del Congo, per ottenere vantaggi economici illeciti.

Secondo l’Onu la corruzione è un mostro che a livello mondiale divora il 25% delle entrate pubbliche. Viene anche calcolato che nelle nazioni africane con i più alti livelli di corruzione, i governi spendono il 25% in meno in sanità e il 58% in meno in istruzione. Il che aiuta a capire perché nonostante le sue enormi ricchezze, la Repubblica Democratica del Congo sia uno dei cinque Paesi più poveri al mondo. Secondo gli ultimi dati della Banca Mondiale il 64% della popolazione congolese vive al di sotto della povertà assoluta disponendo meno di 2,15 dollari al giorno. La dimostrazione concreta di come i minerali siano usati per l’arricchimento di pochi trasformandosi di fatto in una maledizione.

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