Giustizia, Pace, Integrità del Creato
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Il sapiens alla ricerca del “senso”

ETHIC 20.07.2026 Diego S. Garrocho Tradotto da: Jpic-jp.org

Da ormai troppi secoli, gli esseri umani sospettano che la vita immanente non sia sufficiente. Che tutto ciò che ci tocca vivere debba, in qualche modo, rispondere a un fine ultimo a partire dal quale ricostruire ciò che abbiamo fatto e ciò che ci è accaduto. Quella domanda antica, alla quale la storia ha dato formulazioni diverse, non è altro che la domanda sul “senso”.

Il mondo delude sempre. Salvo, forse, i più fortunati, la circostanza nella quale tutti noi esseri umani ci troviamo gettati ci condanna a una certa estraneità. E sebbene in ogni biografia esistano momenti felici, in ogni esistenza c’è un sospetto tragico. Nasciamo senza che nessuno ce lo abbia chiesto e scopriamo la vita con la stessa sorpresa con cui un bambino indifeso si accorge delle proprie mani. Tocchiamo, mangiamo e sentiamo, innanzitutto, tutte le cose che ci sono vicine. Ma, per fortuna, siamo anche capaci di sollevare il mento e guardare oltre.

In non poche occasioni, quando la vista non arriva più lontano, siamo anche capaci di immaginare qualcosa di diverso da questa realtà precaria nella quale un giorno siamo stati gettati. A volte, persino, possiamo essere felici. Ma anche in quegli istanti, ormai da troppi secoli, gli esseri umani sospettano che la vita immanente non sia sufficiente. Che la realtà non si esaurisca nella precarietà della prossimità e che tutto ciò che ci tocca vivere debba, in qualche modo, rispondere a un fine ultimo a partire dal quale ricostruire ciò che abbiamo fatto e ciò che ci è accaduto. Quella domanda antica, alla quale la storia ha dato formulazioni diverse, non è altro che la domanda sul senso.

I migliori concetti filosofici sono quelli che compaiono anche nel linguaggio comune. Del senso non si sono preoccupati soltanto i classici o i filosofi tormentati del XX secolo. Per questo ogni persona semplice ha sperimentato l’urgenza di dover dare, o cercare, un senso a non poche esperienze della propria vita. Per fortuna, il linguaggio ci tradisce sempre e talvolta dice più di quanto vorremmo. In italiano diciamo che le cose «hanno senso», mentre in inglese quello stesso senso è il risultato di una produzione: It makes sense. Non ci sarebbe nemmeno bisogno di scegliere. Il senso si scopre, si fa, si produce, si dà e, soprattutto, si rimpiange. Perché, se insistiamo nell’interrogarci sul significato della nostra esistenza, è perché intuiamo che la nostra vita non si esaurisce nel qui e ora. Il fatto che il mondo ci deluda ci obbliga a sospettare che forse ci fu un giorno in cui conoscemmo un’altra realtà, più giusta, più sana, più bella o più vera. Se possiamo sentirci delusi dal presente, è perché un tempo conoscemmo un’altra realtà. Platone ne era convinto e per questo identificò la conoscenza con il ricordo. Ubriaco di stile, e chissà se anche di malinconia, Albert Camus lo disse in modo molto più efficace: «Il pensiero di un uomo è, prima di tutto, la sua nostalgia».

Ma che cos’è questo senso che rimpiangiamo, che cerchiamo e che talvolta persino inventiamo? Ancora una volta, il linguaggio comune ci offre un indizio del tutto rivelatore. Un senso è una direzione, una freccia, il segnale che indica una direzione e ci ricorda che tutto, anche questo presente, deve condurci altrove. Il senso è un’invocazione della speranza e del destino. È una direzione che si traccia dal presente precario verso un futuro nel quale, auspicabilmente, ci giunga una qualche rivelazione o spiegazione di tutto ciò che è accaduto. È una missione intima attraverso la quale trascendere la propria circostanza, nella fiducia che alla fine dei nostri giorni ci sarà qualcosa che ci permetterà di concludere che la vita è valsa la pena di essere vissuta. Questa espressione è anche una benedizione, perché ci ricorda che la pena, la tristezza e il dolore hanno un valore e, soprattutto, un significato.

Sappiamo con certezza che la vita ha una fine. La morte di ciascuno dei nostri cari lo dimostra. Ciò che non sempre constatiamo con la stessa sicurezza è che la vita possa avere qualcosa di simile a una finalità. Per secoli, la stirpe familiare, il determinismo lavorativo o persino l’identità religiosa hanno fornito una missione a ogni biografia. La conquista della libertà ha portato con sé una difficoltà ulteriore e ha trasformato ogni vita in una vera e propria sfida. La libertà è un dono, ma è anche una responsabilità e talvolta — Sartre, perdonami — quasi una condanna. T. S. Eliot ricordava che in ogni principio è implicita la fine, ma liberandoci dalla nostra origine — dalla famiglia, dal Dio perduto, dalla tradizione, dalle consuetudini — ci si è aperto davanti uno spettro di possibilità che ci ha impedito di vivere con una direzione certa. Non è la stessa cosa, tuttavia, non essere capaci di trovare un senso all’esistenza e rinunciare alla ricerca.

Tornando al linguaggio, è significativo che tanto spesso si confondano il senso e il significato. Forse vale la pena ricordare che il significato di qualcosa è, in molte occasioni, il suo stesso senso. Le parole non si esauriscono nel tratto delle loro lettere né nel suono dei loro fonemi. Il significato è sempre una forma di trascendenza, il superamento dell’evento materiale e immanente di un termine. Per questo, ogni volta che leggiamo la parola giustizia o la parola verità, non ci limitiamo ad accogliere un insieme di lettere, ma siamo costretti a pensare a tutte le cose che sono giuste o vere.

Ma la vita è quasi mai giusta. Come non lo sono il dolore di un innocente né la disgrazia immeritata. È per questo che è nella sofferenza che più incalza la necessità di trovare un senso all’esistenza. Siamo, tra le molte altre cose, animali avidi di ragioni, cause e spiegazioni. Per questo non possiamo accontentarci di vivere, di sperimentare il danno o la noia, e abbiamo sempre bisogno di cercare una qualche sorta di colpevole o, quando non è possibile, qualche tipo di giustificazione. L’ingiustizia senza ragioni è sempre una disgrazia aggravata; per questo torniamo a implorare quella dimensione trascendente che ci permetta di giustificare che ciò che ora ci appare incomprensibile possa avere, questa volta sì, qualche tipo di senso.

Non è un caso che la ricerca del senso si faccia più intensa nei contesti più critici dell’umanità. Abbiamo ricordato prima una citazione di Camus del 1942 e, in quello stesso decennio, quattro anni dopo, Viktor Frankl pubblicò il celebre saggio che riassume il tema del nostro tema. L’uomo in cerca di senso è una testimonianza intima nella quale lo psichiatra austriaco descrive la sua esperienza nei campi di sterminio nazisti. Intirizziti dal freddo e dall’incertezza, esposti alle punizioni dei loro carnefici e sfiniti dal lavoro forzato e dalla consapevolezza di una morte imminente, quegli uomini furono costretti a trovare un senso alla vita. L’estrema crudeltà alla quale furono sottoposti non riuscì a strappare loro — o almeno non sempre — un ultimo residuo di libertà spirituale con cui affrontare il peggior dolore immaginabile. Anche ad Auschwitz, Mauthausen o Dachau gli esseri umani sentirono il bisogno di oltrepassare la loro circostanza inaccettabile per darle un qualche significato.

Quell’esperienza radicale e, in fondo, un discreto consenso tra tutti i geni filosofici, letterari e spirituali che si sono interrogati sul senso ci insegnano che la vita può essere spiegata soltanto attraverso qualcosa di diverso da se stessa. Senza risolvere la questione se il senso dell’esistenza si scopra o si inventi, sembra chiaro che la nostra missione sarà sempre al di fuori di noi stessi. Spiegare la vita attraverso la vita è un tentativo tanto vano quanto quello del barone di Münchhausen, che tentò di evitare di sprofondare in una palude tirandosi fuori afferrandosi per la propria coda di cavallo. Il senso della vita risiede in quelle cose per le quali saremmo disposti a perderla.

Quel senso, tuttavia, non lo trovano di solito né gli intellettuali tristi né la malinconia filosofica. Talvolta vi sono lampi di lucidità nelle intelligenze superiori, ma il più delle volte sono le persone più semplici e umili ad aver sviluppato la bontà e la chiarezza sufficienti per trascendere il mondo. Di fronte alle dottrine che insistono sulla cura di sé e sulla conquista dei successi materiali, le vite compiute trovano generalmente il senso in luoghi più autentici e trascendenti.

È possibile che non esista un unico senso della vita e che a ogni essere umano sia stata affidata una verità da rivelare o qualcosa da proteggere e custodire. C’è chi vive un’intera vita per scrivere un verso, per creare una famiglia o per prendersi cura di una persona. In tutti questi casi, l’amore funziona come una premessa indiscutibile. I classici parlavano dell’amor fati, l’amore per il destino. Ma è forse l’amore per gli altri l’unica cosa che possa salvarci da una realtà insufficiente. Una vita dotata di senso è una vita con una missione. Non a caso, etimologicamente, missio deriva da mittere: essere lanciato, inviato, gettato. L’esistenzialismo e il suo pessimismo borghese ci hanno immaginati gettati nel mondo. Ma forse la domanda non è tanto perché siamo stati lanciati, quanto verso chi. Perché, se la missione implica un invio, ogni invio presuppone una destinazione. E quella destinazione, il più delle volte, non è altro che avere qualcuno da amare più di noi stessi.

Vedi, El sapiens en busca del sentido

Illustrazione: Óscar Gutiérrez

 

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