Giustizia, Pace, Integrità del Creato
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Solitudine

https://www.gliscritti.it 06.05.2026 Madeleine Delbrêl Tradotto da: Jpic-jp.org

Noi abbiamo la superstizione del tempo. Se “il nostro amore richiede tempo”, l’amore di Dio si fa gioco delle ore, e un’anima disponibile può essere sconvolta da Lui in un istante. “Ti condurrò nella solitudine e parlerò al tuo cuore”. Se le nostre solitudini sono per noi dei cattivi conduttori della Parola, è perché il nostro cuore è assente. Da A. A. V. V., La solitudine, AVE (Roma 1966)

 

Come colui che lascia Parigi per il deserto sorride da lontano alla solitudine; come il viaggiatore che attende con cuore ansioso le lunghe giornate al mare; come il monaco che accarezza con gli occhi i muri della sua clausura, così, fin dal mattino, apriamo la nostra anima alle piccole solitudini della giornata.

Perché le nostre piccole solitudini sono grandi, esaltanti, sante al pari di tutti i deserti del mondo; esse sono abitate da Dio stesso, dal Dio che fa santa la solitudine.

Solitudine del nero asfalto che separa la nostra casa dalla fermata del tram; solitudine di un banchetto al quale altri esseri portano la loro parte di mondo; solitudine dei lunghi corridoi in cui scorre il flusso continuo di tutte le vite in cammino verso una nuova giornata. Solitudine dei momenti in cui, accovacciati davanti alla stufa, si attende la fiamma del pezzetto di legna prima di mettere il carbone; solitudine nella cucina davanti alla pentola dei legumi. Solitudine mentre si lucida, ginocchioni, il pavimento; lungo il sentiero dell’orto dove si va a cogliere un mazzo d’insalata. Piccole solitudini della scala che si scende e si sale cento volte al giorno. Solitudine delle lunghe ore di bucato, di rammendo, di stiratura.

Solitudini che potremmo temere e che sono lo svuotamento del nostro cuore: persone care che se ne vanno e che vorremmo con noi; amici che si attendono e che non arrivano; cose che si vorrebbero dire e che nessuno ascolta; estraneità del nostro cuore in mezzo agli uomini.

Il primo passo verso la solitudine è una partenza. Il vero deserto lo si raggiunge, nel duplice senso del termine, prendendo il treno, la nave o l’aereo. Noi non sappiamo distinguere le numerose piccole partenze che si susseguono in una giornata perché non arriviamo mai alle solitudini che sono nostre, alle solitudini che ci sono state preparate. Per il solo fatto che uno stato di solitudine non è separato da noi che dallo spessore di una porta o dalla durata di un quarto d’ora, non gli riconosciamo il suo valore di eternità, non lo prendiamo sul serio, non lo affrontiamo come una realtà unitaria, adatta alle rivelazioni essenziali.

Poiché il nostro cuore non sa attendere, i pozzi di solitudine disseminati nelle nostre giornate ci rifiutano l’acqua vitale di cui traboccano.

Noi abbiamo la superstizione del tempo.

Se “il nostro amore richiede tempo”, l’amore di Dio si fa gioco delle ore, e un’anima disponibile può essere sconvolta da Lui in un istante.

“Ti condurrò nella solitudine e parlerò al tuo cuore”.

Se le nostre solitudini sono per noi dei cattivi conduttori della Parola, è perché il nostro cuore è assente.

Non c’è solitudine senza silenzio.

Il silenzio è talvolta tacere, ma è sempre ascoltare. Un’assenza di rumore che fosse vuota della nostra attenzione alla parola non sarebbe silenzio. Una giornata piena di rumori, piena di voci, può essere una giornata di silenzio se il rumore diventa per noi l’eco della presenza di Dio, se le parole sono per noi messaggi e richiami di Dio.

Quando parliamo di noi stessi, quando parliamo tra noi, usciamo dal silenzio.

Quando ripetiamo con le nostre labbra gli intimi suggerimenti della Parola di Dio nel profondo di noi stessi, lasciamo il silenzio intatto.

Il silenzio non ama la confusione delle parole.

Sappiamo parlare o tacere, ma non sappiamo accontentarci delle parole necessarie. Oscilliamo senza posa tra un mutismo che soffoca la carità e un’esplosione di parole che svia la verità.

Il silenzio è carità e verità.

Esso risponde a colui che chiede qualcosa, ma non dona che parole cariche di vita. Il silenzio, come tutti gli impegni della vita, ci conduce al dono di noi stessi e non a un’avarizia mascherata. Ma ci tiene uniti proprio attraverso questo dono. Non ci si può donare quando ci si è sprecati. Le vane parole di cui rivestiamo i nostri pensieri sono un continuo sperpero di noi stessi.

“Vi sarà chiesto conto di ogni parola”. Di tutte quelle che bisognava dire e che la nostra avarizia ha trattenuto. Di tutte quelle che bisognava tacere e che la nostra prodigalità avrà disseminato ai quattro venti della nostra fantasia o dei nostri nervi.

La solitudine, luogo di incontri

Dobbiamo guardare sotto un aspetto positivo la solitudine; sia quella di cui stiamo parlando, sia quella che si va a cercare in qualche “deserto”.

Perché, se alcuni cercano dei deserti, è bene che sappiano che la solitudine imposta, trovata in se stessi, è un bene.

Che la solitudine sia un bene è una verità che richiede tempo per essere appresa; che la solitudine sia inevitabile per l’uomo è una verità che si apprende più rapidamente, e ancor più da parte del cristiano.

L’uomo tende sempre, anche di fronte a colui che ama di più, verso una solitudine inevitabile che racchiude in sé qualcosa di ciascuno. Il cristiano, dall’altra estremità di se stesso, quella medesima che lo separa dagli increduli, va incontro a ciò che, in Dio, si manifesta alla sua ragione senza che questa faccia appello alla fede. È tutto ciò che, per l’uomo lasciato a se stesso, fa apparire Dio come un estraneo. È questo primo incontro con la solitudine che il cristiano deve salutare come il vero punto d’incontro con il Signore. Dovremo fare di questa solitudine iniziale, accresciuta da ciò che le nostre condizioni di vita vi apporteranno, un luogo prediletto in cui Dio viene a raggiungerci. Molte tristezze umane sono solitudini. Se rendiamo a Dio l’onore della nostra gioia, è perché tutte le nostre solitudini saranno state colmate da Lui.

La vita di fraternità con gli altri deve aiutarci a trovare, a conservare, ad amare la nostra solitudine. Accanto all’idea di unità, al desiderio di realizzarla, c’è tutta una folla di ansie che, una volta espresse, sono per noi i segni della solitudine, una specie di indicatori della solitudine.

In ognuno c’è qualcosa che non sarà mai compreso da nessuno. Questo qualcosa è la causa stessa della nostra solitudine, della solitudine che ci è connaturale. È questa solitudine rudimentale che dobbiamo accettare per prima.

I modi per non accettarla sono diversi. Per alcuni sarà il ripiegamento su se stessi, il silenzio — ma non quello buono —, l’atteggiamento classico dell’“incompreso”. Per altri sarà, al contrario, l’accanimento a spiegare se stessi o, più spesso, a far comprendere l’ultima delle ultime sfumature del proprio modo di pensare. Nell’uno e nell’altro caso, ciascuno si cristallizzerà, sia nel silenzio sia nella parola, e ciò gli darà l’impressione di una discordanza; in realtà, è una nota di noi stessi che nessun orecchio umano potrà mai udire.

Il giorno in cui comprenderemo che la falla insanabile tra noi e gli altri è — attraverso tutti gli amori, tutte le influenze, tutte le prove — il luogo di ciò che ci fa essere quello che siamo; quando avremo compreso che è proprio in questo luogo che Dio ci parla chiamandoci per nome, avremo operato il grande capovolgimento che trasforma la cattiva solitudine in una solitudine benedetta.

La città comunista e la fede

In una città comunista, ciò che può colpirci più profondamente è spesso la scomparsa di un Dio fino ad allora manifesto, evidente ai nostri occhi. Questa scomparsa ha per emblema una totale “inutilità” di Dio che esplode nella vita dei comunisti e in quella della città stessa.

Come corollario di questo stato di cose si verifica un’“epifania” dell’uomo, del suo valore, della sua potenza, del suo destino collettivo. Perché, se un ambiente comunista del tutto particolare, è la dimostrazione, al tempo stesso, di virtù umane indispensabili e di un’efficacia umana in piena attività, sembra che non ci si curi affatto di Dio, ed è come se Dio non mancasse a nessuno e a nulla.

Un tale ambiente può metterci di fronte a una tentazione nella quale non riconosciamo la prova. Tentazione tanto più forte in quanto possiamo arrivare a vedere, con gli occhi dei nostri compagni e dei nostri amici, quelli che altre volte erano per noi segni di Dio. Questi segni ci appaiono allora illeggibili per colui che non sa in anticipo ciò che essi vogliono dire.

Nello stesso tempo, nonostante i più grandi affetti, ci accorgiamo di diventare estranei agli altri proprio a causa della fede che ce li fa amare sempre di più. Può accadere, a questo punto, che accusiamo apertamente o sottovoce la fede di essere estranea al nostro mondo. È una grande sofferenza. Se non vediamo, sotto le apparenze della tentazione, la prova necessaria, possiamo soccombere molto facilmente. Ma se, al contrario, crediamo in Colui che, avendoci chiamati, “è fedele”; se ci lasciamo ammaestrare da Lui, Egli ci dirà in questo caso ciò che abbiamo dimenticato, ciò che non abbiamo mai saputo per essere dei convertiti viventi: “La fede è un dono di Dio”.

La fede, dono di Dio, estranea al mondo, è data al mondo. Credere è stabilire, tra la fede e il mondo, un’alleanza eterna: se essa fa sorgere dei fedeli, non si tratta di una fedeltà di sangue, di patria o di persona, ma di una fedeltà personale al Dio vivente che chiama e al quale colui che è chiamato deve rispondere liberamente e sempre, con il suo cuore di uomo libero.

Alla chiamata, come alla risposta, è necessaria la solitudine; essa non è più tentazione, ma l’indispensabile punto di contatto con Dio. La preghiera ne rinsalda le radici. La nostra visione di ogni comunità nella Chiesa si trasforma. Gli alberi che devono insieme formare una foresta vivono ciascuno delle proprie radici solitarie. Impariamo che Dio, per proporci la fede, chiama ciascuno per nome; che la fede non è un privilegio dovuto all’eredità o alla nostra buona condotta; che essa è la grazia di sapere che Dio fa grazia; la grazia di essere, nel mondo, votati con Cristo alla sua missione di redenzione.

Rimessi nuovamente in stato di conversione, impariamo che la fede nel Figlio di Dio e nel Figlio dell’uomo ci lega indissolubilmente a Dio che la dona e all’uomo, all’uomo della creazione, all’umanità intera. Perché anche noi possiamo dire di essere “uno per tutti”. È per tutti che ciascuno di noi riceve la fede.

La solitudine in cui Dio ci ha spinti ci rende consapevolmente solidali con ogni uomo che viene in questo mondo, con tutte le nazioni che Cristo convocherà nell’ultimo giorno.

Vedere, Solitudine

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