«La nostra fede non è un'idea, non è una filosofia: la nostra fede è una storia, la storia dell'azione di Dio nella nostra vita.» E ancora: «Il cristiano è un uomo e una donna di memoria.» Queste parole di papa Francesco mi hanno accompagnato molte volte negli anni successivi al mio ritorno dal Burundi. Ecco perché mi sono deciso a mettere nero su bianco la mia: Memoria, missione e rilettura di un'esperienza alla luce di Jean-Pierre Chrétien
Più di una volta, ripensando agli otto anni trascorsi in quel Paese – la mia prima vera esperienza missionaria – mi sono sentito ripetere che il passato è passato, che la storia non ritorna e che non vale la pena soffermarsi troppo sui ricordi. Eppure non sono mai riuscito a convincermene.
Non si torna al passato per nostalgia. Si torna al passato perché una parte di noi è rimasta là, nei luoghi, nelle persone e negli avvenimenti che ci hanno cambiato. Finché quella parte non viene riconosciuta e integrata, continua silenziosamente ad abitare il presente. Rileggere la propria storia non significa rifugiarsi nei ricordi, ma comprendere meglio ciò che siamo diventati.
Mi è tornata spesso alla mente un'intuizione di Carl Gustav Jung. Interpretandola liberamente, potrei formularla così: il passato smette di imprigionarci soltanto quando abbiamo il coraggio di guardarlo in faccia. La memoria, allora, non è un peso ma una liberazione. Non ci incatena a ciò che è stato; ci rende finalmente liberi di costruire qualcosa di nuovo.
È con questo stato d'animo che, a distanza di molti anni, mi sono imbattuto nei libri di Jean-Pierre Chrétien. Più che semplici studi storici, per me sono stati una sorta di ritorno in Burundi. In particolare “Burundi. L'histoire retrouvée. Vingt-cinq ans de métier d'historien en Afrique” e “Explorateurs et explorés au Burundi. Une vraie-fausse rencontre (1858-1900)” hanno riaperto una stagione della mia vita che credevo ormai sedimentata.
Non è stata una lettura neutrale. Ogni pagina riportava alla memoria persone, paesaggi, parole ascoltate migliaia di volte, episodi apparentemente insignificanti che improvvisamente acquistavano un significato nuovo. Ho avuto l'impressione che quei libri non mi insegnassero soltanto qualcosa sulla storia del Burundi, ma mi aiutassero a comprendere meglio la mia stessa esperienza di missionario.
Mi sono accorto, forse con un certo disagio, che noi stranieri avevamo percorso quel Paese in lungo e in largo senza coglierne davvero la profondità storica e culturale. Avevamo imparato la lingua, visitato le colline, condiviso la vita della gente, ma spesso ignoravamo il mondo di significati nascosto dietro parole che pronunciavamo ogni giorno.
I due titoli di Chrétien riassumono efficacemente ciò che mi è mancato allora e ciò che oggi provo a recuperare.
“L'histoire retrouvée”: la storia ritrovata. Non la cronaca degli avvenimenti, ma la memoria profonda di un popolo, quella che continua a vivere nei nomi, nei proverbi, nei silenzi, nei paesaggi e perfino nelle conversazioni più ordinarie.
“Explorateurs et explorés”: esploratori ed esplorati. Una definizione che va ben oltre il periodo delle grandi esplorazioni europee. Chrétien mostra come l'incontro tra stranieri e Barundi sia stato, nello stesso tempo, autentico e incompleto: una vraie-fausse rencontre, una vera-falsa relazione, nella quale ciascuno ha visto l'altro attraverso le proprie categorie culturali.
Mentre leggevo, non riuscivo a sottrarmi a una domanda: non era forse accaduto qualcosa di simile anche a noi missionari?
Non metto in dubbio la sincerità del nostro impegno. Eravamo animati dal desiderio di condividere il Vangelo, di costruire scuole, dispensari, comunità cristiane. Abbiamo camminato sotto il sole e la pioggia, condiviso pasti poveri, celebrato feste e vissuto momenti di paura insieme alla gente. Eppure oggi mi domando se tutto questo basti a dire che ci siamo davvero conosciuti. Forse avevamo imparato ad amare il Burundi prima ancora di averlo veramente compreso.
È una differenza sottile, ma decisiva.
Rileggendo oggi quei miei anni africani, mi accorgo che alcuni episodi, allora vissuti quasi con leggerezza, contenevano già le domande che soltanto molti anni dopo sarei stato capace di formulare. Piccoli fatti quotidiani che, alla luce della memoria e delle pagine di Chrétien, mi parlano oggi con una profondità che allora non ero in grado di cogliere.
Tre episodi che oggi parlano diversamente
Il primo episodio risale ai miei primi mesi in Burundi. Camminavo tra le colline per visitare gli ammalati quando incontrai un uomo dal sorriso luminoso. Mi salutò con cordialità. Per scherzo gli domandai: “Sei forse il papà di Eufrasia?”
Mi guardò stupito. “Sì. Come hai fatto a capirlo?”
“Vi assomigliate come due gocce d'acqua”.
Eufrasia era una ragazza bellissima, che non vedevo da parecchio tempo. Gli chiesi allora come stesse. Mi rispose con una sola parola: “Yicaye”.
Letteralmente significa: «Si è seduta». Non capii. Ebbi però la netta impressione che quella risposta avesse suscitato un'attesa improvvisa tra le persone presenti. Molti occhi erano puntati su di me. Era evidente che quella parola nascondeva un significato che io ignoravo.
L'istinto, o forse un po' di fortuna, mi fece rispondere sorridendo: “E quando si rialzerà?”
Scoppiò una risata generale. Vidi sorpresa e simpatia diffondersi tra i presenti. “Come fa Gian Paolo, appena arrivato, a sapere queste cose?”
Solo più tardi ne compresi il significato. Una ragazza che era fuggita con il proprio innamorato, prima di sposarsi secondo la tradizione, ritornava nella casa paterna. Quel ritorno era chiamato “sedersi”, kwicara: fermarsi, riflettere, rientrare nell'ordine delle relazioni familiari e avviare il processo tradizionale che avrebbe portato al matrimonio.
La mia domanda, senza che io lo sapessi, era stata perfettamente coerente con quella logica: “Quando si rialzerà?” suonava per i presenti: quando riprenderà il suo cammino? Quando verrà alla missione per iscriversi al matrimonio cristiano.
Allora mi sembrò soltanto un episodio curioso. Oggi vi vedo molto di più. Compresi, senza ancora esserne consapevole, che una sola parola poteva custodire un intero universo culturale. Dietro un vocabolo apparentemente semplice vivevano una concezione della famiglia, dell'onore, della riconciliazione e del matrimonio che nessun dizionario avrebbe mai potuto spiegare.
Fu probabilmente la mia prima vera lezione di antropologia, ricevuta non da un professore, ma da un contadino delle colline del Burundi.
Un secondo episodio avvenne qualche anno dopo, nella missione di Cibitoke. Alla sera alcuni studenti della vicina scuola di agraria avevano preso l'abitudine di venire nel mio ufficio. Era uno dei pochi luoghi illuminati della zona. Studiavano, chiacchieravano, ridevano. Più che incontri di catechesi erano momenti di amicizia.
Una sera li sentii ridere più del solito. Domandai il motivo.
Uno di loro, quasi con timore, mi disse: “Non ti offenderai se ti raccontiamo una cosa?”
“Assolutamente no”, risposi.
“Quando eravamo piccoli, se facevamo i monelli, le nostre mamme ci dicevano: Fai il bravo, altrimenti arriva il Muzungu e ti mangia!”
Un altro aggiunse: “Mio padre diceva: Adesso passa l'orco bianco e ti porta via".
Risero tutti. Risi anch'io. Poi raccontai che, quando ero bambino in Italia, succedeva qualcosa di sorprendentemente simile. I pochi africani che allora comparivano nei nostri paesi diventavano, nell'immaginario dei bambini, personaggi misteriosi con cui gli adulti cercavano di spaventarci.
Per un momento ci guardammo senza sentirci né europei né africani.
Eravamo semplicemente bambini che avevano avuto paura delle stesse favole.
Anche questo, allora, mi sembrò un episodio divertente. Oggi mi appare sotto una luce diversa.
Mi fa capire quanto profondamente fossimo già entrati nell'immaginario collettivo del popolo burundese, non soltanto come missionari o europei, ma come figure simboliche. Anche senza volerlo, rappresentavamo qualcosa. Eravamo portatori di immagini, paure, speranze e stereotipi costruiti ben prima del nostro arrivo.
Non bastava conoscere il kirundi.
Occorreva comprendere anche il mondo invisibile nel quale la nostra presenza veniva interpretata.
Molti anni dopo, leggendo “L'histoire retrouvée”, mi sono accorto che Jean-Pierre Chrétien descrive precisamente questa profondità nascosta.
Il viaggiatore straniero, scrive, può attraversare un paese senza accorgersi che ogni collina, ogni nome, ogni parola custodiscono una memoria. Può rimanere cieco davanti ai ricordi storici che danno profondità al paesaggio.
Quelle pagine mi hanno profondamente colpito. Anch'io avevo percorso migliaia di chilometri a piedi sulle colline del Burundi.
Conoscevo i sentieri, le famiglie, le comunità cristiane. Credevo di conoscere il Paese.
Oggi mi domando se non conoscessi soprattutto il Burundi che vedevano i miei occhi, e molto meno quello che abitava la memoria dei Barundi.
È una differenza enorme. Perché si può amare sinceramente un popolo senza aver ancora imparato ad ascoltare fino in fondo la sua storia.
Ciò che Chrétien mi ha fatto vedere
Fra i molti capitoli di “L'histoire retrouvée”, uno mi ha costretto a rimettere in discussione convinzioni che, quasi senza accorgermene, avevo ereditato anch'io dalla tradizione missionaria e dalla cultura coloniale.
Per molti anni ci era stato presentato come quasi ovvio che i Tutsi fossero un popolo di origine hamitica, proveniente dal Nord-Est dell'Africa, forse dall'Etiopia: un popolo ritenuto naturalmente più portato al governo e quindi destinato a esercitare un ruolo dirigente. Era una teoria che sembrava spiegare tutto e che, proprio per questo, finiva per non spiegare quasi nulla.
L'amministrazione coloniale ne aveva fatto uno dei fondamenti della propria politica. Anche la Chiesa missionaria, pur con intenzioni diverse, non ne era rimasta del tutto immune, soprattutto nella formazione delle prime élite e della futura gerarchia locale.
Solo molti anni dopo ho compreso quanto quella lettura fosse fragile e quanto profonde siano state le sue conseguenze.
Chrétien dedica pagine illuminanti a smontare quella costruzione ideologica, che definisce efficacemente “l'alibi etnico”. Le categorie di Hutu e Tutsi, che la storia aveva conosciuto come realtà sociali dinamiche e permeabili, furono progressivamente irrigidite fino a diventare identità quasi razziali. Ciò che era nato da rapporti economici, politici e sociali venne trasformato in una presunta contrapposizione naturale tra due popoli diversi.
Fu una costruzione culturale prima ancora che politica. E, come spesso accade, una costruzione culturale finì per produrre conseguenze politiche drammatiche.
Ripensando agli anni vissuti in Burundi, mi sono reso conto di quanto poco fossimo preparati a cogliere questa complessità.
Quando, nel 1972, il Paese fu travolto dalle violenze che i Barundi ricordavano semplicemente come ivyabaye — quello che è successo — anche noi cercavamo di comprendere ciò che accadeva. Ma lo facevamo con strumenti interpretativi spesso inadeguati.
Anche il linguaggio che usavamo tradiva inconsapevolmente categorie che non avevamo mai sottoposto a un vero esame critico.
Rileggendo oggi quelle pagine di Chrétien, mi colpisce soprattutto un altro aspetto: la sua capacità di mostrare quanto la storia del Burundi non possa essere separata da quella del Rwanda. Due vicende strettamente intrecciate, troppo spesso raccontate isolatamente e ridotte, soprattutto nei mezzi di comunicazione, a un generico “odio etnico”. Una spiegazione semplice, forse rassicurante, ma storicamente insufficiente.
Se “L'histoire retrouvée” mi ha aiutato a comprendere meglio il passato del Burundi, “Explorateurs et explorés” ha toccato qualcosa di ancora più personale.
Il sottotitolo — Une vraie-fausse rencontre — mi ha accompagnato per settimane.
Una vera-falsa relazione. Un incontro autentico e, nello stesso tempo, incompleto.
È un'espressione che va ben oltre la storia degli esploratori europei dell'Ottocento. Finisce quasi inevitabilmente per interrogare anche il modo in cui noi missionari abbiamo vissuto il nostro rapporto con il popolo che ci aveva accolto.
Non metto in discussione la sincerità del nostro servizio. Abbiamo condiviso fatiche, paure, speranze, persecuzioni. Abbiamo imparato una lingua difficile. Abbiamo camminato per ore sulle colline. Abbiamo mangiato il cibo della gente, visitato gli ammalati, celebrato la fede con comunità spesso poverissime ma ricche di dignità. Eppure la domanda rimane.
Quanto conoscevamo davvero il mondo interiore delle persone che incontravamo?
Quanto conoscevamo il modo in cui loro vedevano noi?
Questa domanda mi riporta a un episodio che allora mi colpì solo superficialmente.
Alla conclusione dell'esperienza estiva di alcuni gruppi del movimento Africa '70, ci ritrovammo nella cattedrale di Bujumbura per una celebrazione di ringraziamento.
Erano giovani italiani pieni di entusiasmo. Durante alcune settimane avevano lavorato nelle missioni costruendo scuole, dispensari, cappelle, strutture agricole. Erano venuti per condividere, aiutare, costruire insieme.
Alla fine della celebrazione, un sacerdote che accompagnava uno dei gruppi mi disse con grande semplicità: “Ti sei accorto? Hanno ringraziato Dio per tutto. Per il lavoro svolto, per l'esperienza vissuta, per la fraternità... ma non hanno mai ringraziato la gente che li ha accolti”.
La frase mi rimase dentro. Allora non seppi darle molta importanza. Oggi, invece, continua a interrogarmi.
Forse senza volerlo avevamo conservato uno sguardo nel quale eravamo noi i protagonisti dell'incontro. Eravamo noi che portavamo qualcosa: il Vangelo, gli aiuti, le competenze, l'organizzazione.
Molto meno ci domandavamo che cosa stessimo ricevendo.
E ancora meno chiedevamo che cosa gli altri pensassero di noi. Io stesso non ho saputo fare quella domanda.
Se l'evangelizzazione non è soltanto annuncio, ma anche ascolto; se non consiste soltanto nel dare, ma nel lasciarsi cambiare dall'incontro, fuori da ogni retorica, questa mi sembra oggi una delle domande più esigenti.
È forse questo il significato più profondo della “vera-falsa relazione” di cui parla Chrétien: due mondi che vivono fianco a fianco, si rispettano, collaborano, perfino si vogliono bene, ma continuano in parte a rimanere estranei l'uno all'altro.
Non è un rimprovero ai missionari del passato. Sarebbe troppo facile e, in fondo, ingiusto. Preferisco terminare con una constatazione che continua a risuonarmi dentro come una confessione:
Avevo imparato a parlare il kirundi. Non ho mai imparato a chiedere ai Barundi chi fossi io ai loro occhi.
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