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IN EVIDENZA NEL MESE
Pace o profitto? L’accordo Congo-Ruanda sotto il segno dell’estrattivismoL’accordo tra Congo e Ruanda firmato a Washington e sponsorizzato da Donald Trump solleva dubbi più che speranze: dietro l’intento di pace si cela un evidente interesse economico, soprattutto per gli Stati Uniti. Le critiche si moltiplicano, dal Nobel Mukwege a Human Rights Watch, denunciando neocolonialismo e premi al Rwanda nonostante le continue violazioni. Sullo sfondo, milioni di morti e un rischio concreto: perpetuare lo sfruttamento invece che fermare la guerra. «Stiamo ottenendo, per gli Stati Uniti, molti dei diritti minerari dal Congo come parte dell’accordo». La frase, pronunciata da Donald Trump minuti dopo la sigla dell’accordo firmato a Washington D.C. lo scorso 27 giugno tra la Repubblica democratica del Congo (Rdc) e la Repubblica del Ruanda, che dovrebbe mettere fine a decenni di conflitti e tensioni, non fa certamente scattare quell’entusiasmo che ci si aspetterebbe da dichiarazioni successive a trattati di pace. Nessuno, intendiamoci, si illude che gli accordi che dovrebbero chiudere periodi di guerra siano frutto solamente di afflati umanistici scevri da qualsivoglia forma di interesse: al contrario sono il risultato di compromessi che inevitabilmente scontentano e soddisfano un po’ tutti alla base dei quali ci sono profitti. Ma che le prime parole enunciate dal main sponsor fossero così smaccatamente improntate a esaltare i propri guadagni e che non ci siano né in esse né in quelle successive, riferimenti alle popolazioni che da decenni soffrono l’orrore della guerra e delle stragi di massa, ha portato molti osservatori a storcere il naso. E, subito dopo, a pensare che le fondamenta del patto non siano solide. Le critiche, infatti, sono puntualmente arrivate e riguardano sia le basi su cui poggia l’accordo, sia le implicazioni che prevede la sua implementazione. Continua la lettura | |
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UNA BELLA NOTIZIA
Il bene comune: un’idea antica per una società futuraIn un mondo dominato dall’individualismo, riscoprire il bene comune significa tornare a pensare in termini di solidarietà, giustizia sociale e responsabilità condivisa. In un’epoca segnata dall’individualismo, dalla frammentazione sociale e dalla crisi dei legami, riscoprire il valore del bene comune non è solo un’operazione culturale, ma una necessità etica e politica. È il cuore dimenticato della democrazia, il principio che può ricucire il tessuto di una società divisa tra privilegi e marginalità. Recentemente Papa Leone XIV rivolgendosi ai rappresentanti dei media internazionali riuniti in Vaticano, ha affermato che anche l’AI è orientata al bene comune. Il termine “bene comune” non è nuovo. Lo si ritrova nella filosofia aristotelica, nella dottrina sociale della Chiesa, nei testi dei padri costituenti. Aristotele parlava della polis come comunità finalizzata al bene di tutti i cittadini. Tommaso d’Aquino lo considerava l’orientamento naturale della legge e della convivenza umana. La Costituzione italiana, all’articolo 2, richiama il “dovere inderogabile di solidarietà politica, economica e sociale”. Eppure, nonostante questo patrimonio concettuale, il bene comune oggi sembra relegato a slogan vuoti o a retoriche di facciata. Il bene comune non è la somma dei beni individuali. È qualcosa di più alto: è ciò che consente a ciascuno di noi di realizzarsi insieme agli altri. È la scuola pubblica che forma cittadini, la sanità accessibile a tutti, l’ambiente che protegge la vita, la giustizia sociale che garantisce dignità e diritti. È l’insieme delle condizioni che rendono possibile una vita buona non per pochi, ma per tutti. | |
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UNA BRUTTA NOTIZIA
Perché George Soros è sotto osservazioneSoros finanzia gruppi estremisti islamisti negli Stati Uniti e all’estero, riportano i media europei. L’ultima negativa scoperta: il filantropo ungherese, il miliardario di sinistra George Soros e le sue Open Society Foundations (OSF), hanno investito enormi somme per promuovere un’agenda globalista radicale, finanziare entità associate a estremisti islamisti negli Stati Uniti, in Europa e in Medio Oriente con il pretesto dei diritti umani e della lotta al razzismo. L’OSF è direttamente collegata a fazioni note per operare come facciate o intermediari della Fratellanza Musulmana — uno dei gruppi islamisti più influenti al mondo — secondo una ricerca citata in una notizia europea. Le organizzazioni estremiste legate a Soros includono l’Islamic Society of North America (ISNA), il Council on American-Islamic Relations (CAIR) e l’European Network Against Racism (ENAR). Nei territori palestinesi, organizzazioni terroristiche come Al-Haq e Al-Mezan, guidate da figure legate al gruppo jihadista Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), hanno ricevuto milioni di dollari dall’OSF. In Europa, piattaforme estremiste come FEMYSO (Forum of European Muslim Youth and Student Organizations) e il Collectif Contre l’Islamophobie en France (CCIF) hanno anch’esse ricevuto sostegno finanziario da Soros. Il CCIF è stato sciolto dalle autorità francesi alcuni anni fa a causa dei suoi legami estremisti, che includevano la provocazione di atti terroristici in Francia e all’estero. Continua la lettura | |
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CELEBRIAMO!
Una speranza per il Congo: Beato Floribert Bwana ChuiDopo il beato Isidore Bakanja, martire della fede all’inizio del XX secolo, la beata Anuarite Nengapeta, religiosa assassinata per la sua fedeltà a Cristo, e il beato Albert Joubert con i suoi compagni, la Chiesa congolese ha visto il riconoscimento di numerosi testimoni del Vangelo. Ora, a questa luminosa schiera di testimoni di Cristo si aggiunge anche il beato Floribert Bwana Chui, un giovane laico coraggioso, assassinato nel 2007 per aver rifiutato la corruzione. La messa di beatificazione è stata celebrata domenica 15 giugno 2025 nella basilica di San Paolo fuori le Mura, a Roma, dal cardinale Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero delle cause dei santi. A Roma, come nella Repubblica Democratica del Congo, tutti hanno accolto la notizia con gioia, gratitudine e, soprattutto, con fierezza. Infatti, vedere un proprio connazionale elevato a una tale dignità è motivo di orgoglio, ma è anche una sfida. Un santo del nostro tempoNato nel 1981 a Goma, nell’Est della Repubblica Democratica del Congo, Floribert lavorava come funzionario presso l’Ufficio Congolese di Controllo (OCC), incaricato dell’ispezione delle merci importate, in particolare dei prodotti alimentari. Nel luglio 2007 rifiutò con coraggio di far entrare nel Paese delle partite di merci avariate, mettendo così al primo posto la salute pubblica, nonostante le minacce e i tentativi di corruzione. Pochi giorni dopo, il 7 luglio 2007, fu rapito, torturato e assassinato a Goma all’età di 26 anni. Offrì la sua vita per fedeltà alla propria coscienza e alla propria fede, preferendo la morte al compromesso. La sua testimonianza, forte e attuale, ci ricorda che la santità non è riservata ai tempi antichi né solo a religiosi, suore, sacerdoti o vescovi. In Floribert l’intera Chiesa universale riceve come modello un giovane laico, impegnato nella società e fedele al Vangelo fino alla fine. La sua beatificazione, approvata da papa Francesco nel 2024, conferma la fecondità del martirio cristiano in terra congolese. Continua la lettura | |
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AGIAMO!
Nel silenzio il debito stritola i Paesi fragili: interessi a +10% in un annoIl nuovo rapporto Unctad sottolinea che 3,4 miliardi di persone vivono in Paesi che spendono più in interessi che in salute o istruzione. Schizza il rendimento dei bond decennali africani In giornate in cui la diplomazia parla solo di armi e guerra e difesa, si fa sempre più assordante il silenzio che circonda il tema del finanziamento allo sviluppo, nonostante lunedì inizi a Siviglia una Conferenza Onu sul tema, a cui già si annuncia l’assenza degli Usa di Trump. Pressoché ignorato anche da tutti i media, a New York ieri l’agenzia Onu per lo sviluppo e il commercio (Unctad) ha diffuso il suo rapporto annuale con nuovi inquietanti dati sul debito globale e in particolare sulla situazione dei Paesi in via di sviluppo, le cui economie sono stritolate dagli interessi sui passivi dovuti a creditori privati, pubblici e multilaterali. In un solo anno, certifica il rapporto “Un mondo di debiti”, è cresciuto del 10%, a quota 921 miliardi di dollari, il totale degli interessi netti sul debito dei Paesi vulnerabili, chiamati a indebitarsi peraltro a tassi sempre più alti sul mercato globale del credito. In generale, il debito globale ha raggiunto quota 104 mila miliardi di dollari (in crescita dai 97 miliardi del 2023): un terzo di questo ammontare, 31 mila miliardi, è il rosso dei Paesi in via sviluppo. Il ritmo a cui negli ultimi dieci anni il debito è cresciuto nei Paesi fragili è peraltro doppio rispetto a quello delle economie avanzate. Continuare a leggere | |
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RELAZIONI INTERNAZIONALI
Siria-Libano: i drusi di fronte a una svolta storicaCentinaia di persone sono state uccise da domenica 13 luglio negli scontri a Sweida, città del sud della Siria a maggioranza drusa, tra combattenti di questa comunità e le forze governative siriane. Il 17 luglio, il presidente siriano Ahmed al-Charaa ha annunciato il trasferimento ai drusi della responsabilità per il mantenimento della sicurezza a Sweida, ma il conflitto si è complicato con l’entrata in scena dell’esercito israeliano a fianco dei gruppi armati drusi. I massicci raid condotti dall’aviazione israeliana contro i convogli di blindati e armi pesanti dell’esercito siriano nei pressi e all’interno di Sweida, nonché i bombardamenti contro il Ministero della Difesa, il quartier generale dello Stato Maggiore e altre postazioni militari a Damasco, hanno rallentato l’avanzata delle truppe inviate dal potere di Damasco. L’intervento diretto dell’aviazione israeliana ha permesso ai gruppi armati drusi di riprendere il controllo di una parte di Sweida, capoluogo dell’omonima provincia, situata al confine con la Giordania, vicino al Golan. L’emergere del fattore israeliano in questo conflitto inter-siriano non è una sorpresa. Nelle settimane successive alla caduta del regime di Bashar al-Assad, nel dicembre 2024, Benyamin Netanyahu e altri leader israeliani hanno espresso chiaramente l’intenzione di presentarsi come protettori di questa comunità di un milione di persone, suddivisa tra Siria, Libano, Israele e una piccola minoranza in Giordania. Continuare a leggere Continuare a leggere | |
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LA SAGGEZZA NEL MONDO
Sconfitta psicologica o miseria morale?Nella vita, ci sono molte persone come la gallina di questa storia. Persone che danno tutto per gli altri, che lottano per rendere felici gli altri, che si fanno carico dei problemi di tutti mentre la loro vita è un caos. Persone che sorridono di giorno, ma di notte inondano di lacrime il loro cuscino. E ci sono quelli che, come l’asino della storia, vivono legati nell’ignoranza e nell’illusione. Storie che molti vivono in silenzio o senza nemmeno rendersene conto. | |
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DOVE VA QUESTO MONDO
Dopo la guerra con Israele, l’Iran espelle migliaia di afghaniAll’indomani della guerra con Israele, l’Iran ha intensificato le espulsioni di afghani. Più di 256.000 persone in situazione irregolare sono state espulse dal mese di giugno, tra cui donne e bambini, segnando un nuovo picco nella politica di rimpatri forzati attuata da Teheran. Le autorità hanno anche accusato diversi afghani di spionaggio. Le espulsioni di afghani si intensificano in Iran. Più di 256.000 afghani sono stati rimpatriati dall’inizio di giugno e, secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), nella sola giornata del 25 giugno oltre 28.000 persone hanno attraversato il confine verso l’Afghanistan. “Le espulsioni di afghani in situazione irregolare sono un fenomeno ricorrente, ma stanno attualmente raggiungendo un picco significativo”. Secondo il centro di ricerca sulle migrazioni Samuel Hall, che documenta la situazione degli afghani dal 2010, questo aumento coincide con la fine del conflitto militare di 12 giorni tra Israele e Iran. Una coincidenza che, secondo i ricercatori del centro, suggerisce una repressione di natura politica mascherata da misure di sicurezza nazionale. Durante la guerra contro Israele, funzionari iraniani hanno pubblicamente accusato diversi cittadini afghani di spionaggio a favore dello Stato ebraico. Il 18 giugno, uno studente afghano è stato arrestato a Teheran, accusato di possedere sul suo telefono file legati alla fabbricazione di droni e bombe. Pochi giorni dopo, i media statali hanno trasmesso le presunte confessioni di altri quattro afghani, sapendo che ottenere “confessioni” forzate è una pratica diffusa e denunciata, in particolare da Amnesty International nei suoi rapporti sulla tortura in Iran. “Anche se non verificate, queste accuse sono state seguite da un’intensificazione degli arresti e delle espulsioni”, ha osservato il centro Samuel Hall. Continua la lettura | |
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TEMI CONTROVERSI
La società della prestazione: rendere sempre, non arrendersi maiIncantata dal dogma della prestazione, la società attuale sta iniziando a pagarne le conseguenze. Per alcuni si tratta di scegliere tra la crescita economica e il rispetto dei limiti individuali (e planetari): forse è possibile trovare una “giusta misura”. Lavorare più di 80 ore a settimana. Gratis. Questo fu l’appello lanciato da Elon Musk quando era a capo del Dipartimento per l’Efficienza Governativa degli Stati Uniti, rivolto ai “rivoluzionari dal quoziente intellettivo molto alto” per ottenere la riduzione dei costi. Lo stesso Musk ha dichiarato di lavorare, insieme ai suoi dipendenti, 120 ore settimanali. Considerando che una settimana ha 168 ore, ciò lascerebbe solo 6,8 ore al giorno (weekend inclusi) per dormire, mangiare, fare la spesa, andare a prendere i figli, stare con il partner, uscire con gli amici, fare esercizio fisico, lavare i panni, riordinare la casa, pagare le bollette e tornare in ufficio, visto che l’uomo più ricco del mondo ritiene che il telelavoro sia “una stronzata”. Oltre l’aneddoto, ciò che preoccupa di più è che Musk non è l’unico magnate ad aver promosso tali misure per “scuotere il sistema”. Già alla fine del 2023, il miliardario australiano Tim Gurner sosteneva che il tasso di disoccupazione doveva aumentare del 40%-50% per “infliggere dolore all’economia” e “ricordare alle persone che lavorano per i loro datori di lavoro e non il contrario”. Queste dichiarazioni si inserivano nel contesto di un fenomeno iniziato dopo la pandemia di Covid-19 e proseguito negli anni successivi, noto come la Grande Dimissione, durante la quale milioni di lavoratori hanno lasciato in massa i loro impieghi, mettendo in discussione l’attuale modo di vivere e lavorare. Continuare la lettura | |
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TEMPO DI SPERANZA
Sogno un mondo senza rifugiatiHo imparato l’alfabeto e i numeri sotto un’acacia rinsecchita, nel campo di Rwekubo, nell’Uganda occidentale, con una latta arrugginita come ardesia e l’ombra mobile delle foglie come aula scolastica. Una buona riflessione in occasione della Giornata Mondiale dei Migranti e dei Rifugiati, celebrata nella Chiesa Cattolica il 4 e 5 ottobre 2025. Da sempre, i filosofi si sono confrontati con questa domanda. Diogene si definiva kosmopolites, cittadino del mondo, non come vanto, ma come lamento per un’appartenenza perduta. Hannah Arendt avvertiva che il rifugiato del XX secolo era «l’avanguardia del suo popolo», segno profetico di Stati che avevano dimenticato come proteggere i propri cittadini. Anche la teologia è intrisa di esilio: Abramo ascolta la promessa di Dio solo dopo aver lasciato Ur; Mosè incontra il Roveto Ardente mentre pascola le pecore su un monte straniero; Maria, Giuseppe e il bambino Gesù fuggono dal terrore di Erode in Egitto; l’hijra del Profeta Maometto trasforma la fuga nel momento fondativo di una nuova comunità. Anche la scienza ci ricorda che l’homo sapiens è una specie migratoria. La genetica racconta un’antica irrequietezza che ha disperso i nostri antenati dalla Rift Valley fino a ogni riva, dimostrando che il movimento è naturale alla nostra specie quanto il linguaggio. Eppure, muoversi per scelta è pellegrinaggio; muoversi per costrizione è tormento. Oggi, domina il tormento. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati riporta che, alla fine del 2024, 123,2 milioni di persone erano sfollate con la forza — di cui 36,8 milioni rifugiati e 73,5 milioni sfollati interni. Questo numero è sempre molto alto nella prima metà del 2025, raggiungendo circa 122 milioni, nonostante alcuni ritorni, quasi raddoppiando rispetto a dieci anni fa (unhcr.org, apnews.com). L’Africa subsahariana sopporta un peso enorme: il Centro di Monitoraggio degli Sfollamenti Interni segnala 38,8 milioni di africani sfollati all’interno dei propri confini, quasi la metà del totale mondiale (internal-displacement.org). La guerra civile in Sudan, da sola, ha sfollato oltre quattordici milioni di persone, mentre Congo, Mozambico, Somalia, Etiopia e Sahel sanguinano silenziosamente nelle statistiche. Continuare la lettura |
- Butembo (MJL) – RD-Congo
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