In un mondo dominato dall’individualismo, riscoprire il bene comune significa tornare a pensare in termini di solidarietà, giustizia sociale e responsabilità condivisa.
In un’epoca segnata dall’individualismo, dalla frammentazione sociale e dalla crisi dei legami, riscoprire il valore del bene comune non è solo un’operazione culturale, ma una necessità etica e politica. È il cuore dimenticato della democrazia, il principio che può ricucire il tessuto di una società divisa tra privilegi e marginalità.
Recentemente Papa Leone XIV rivolgendosi ai rappresentanti dei media internazionali riuniti in Vaticano, ha affermato che anche l’AI è orientata al bene comune.
Il termine “bene comune” non è nuovo. Lo si ritrova nella filosofia aristotelica, nella dottrina sociale della Chiesa, nei testi dei padri costituenti. Aristotele parlava della polis come comunità finalizzata al bene di tutti i cittadini. Tommaso d’Aquino lo considerava l’orientamento naturale della legge e della convivenza umana. La Costituzione italiana, all’articolo 2, richiama il “dovere inderogabile di solidarietà politica, economica e sociale”. Eppure, nonostante questo patrimonio concettuale, il bene comune oggi sembra relegato a slogan vuoti o a retoriche di facciata.
Il bene comune non è la somma dei beni individuali. È qualcosa di più alto: è ciò che consente a ciascuno di noi di realizzarsi insieme agli altri. È la scuola pubblica che forma cittadini, la sanità accessibile a tutti, l’ambiente che protegge la vita, la giustizia sociale che garantisce dignità e diritti. È l’insieme delle condizioni che rendono possibile una vita buona non per pochi, ma per tutti.
Papa Francesco, nelle encicliche Laudato sì e Fratelli tutti, ha ribadito con forza questo concetto, indicando che “il bene comune presuppone il rispetto della persona umana in quanto tale, con diritti fondamentali e inalienabili ordinati al suo sviluppo integrale”. E ha aggiunto: “Una società progredisce quando si prende cura della fragilità dei suoi membri”.
Le minacce al bene comune
Oggi il bene comune è minacciato da molte direzioni. Le logiche di mercato, quando non sono regolate, tendono a privatizzare ciò che dovrebbe restare di tutti. La politica, spesso concentrata sul breve termine e sul consenso immediato, dimentica la progettualità collettiva. La sfiducia verso le istituzioni, l’erosione del senso civico, l’indifferenza di fronte alla povertà e all’emarginazione sono segnali di un bene comune in crisi.
L’ambiente ne è l’esempio più evidente: la devastazione dei territori, l’inquinamento, il cambiamento climatico non colpiscono solo individui isolati, ma minano le condizioni stesse della vita comune. E dove viene meno il bene comune, cresce l’ingiustizia, la solitudine, il rancore sociale.
Sortirne insieme…
Difendere il bene comune non spetta solo alle istituzioni. È una responsabilità collettiva, che inizia dai comportamenti quotidiani: pagare le tasse, rispettare le regole, partecipare alla vita pubblica, promuovere inclusione e dialogo. È nella capacità di sentirsi parte di qualcosa di più grande che nasce la vera cittadinanza.
Lo aveva intuito anche don Lorenzo Milani: “I problemi degli altri sono uguali ai miei. Sortirne da soli è l’avarizia. Sortirne tutti insieme è la politica”. Una politica, aggiungiamo noi, intesa nel suo senso più nobile: come costruzione del bene di tutti.
Rimettere al centro il bene comune significa reimparare a pensare in termini di “noi” anziché di “io”. Significa riconoscere che siamo interdipendenti, che il destino di ciascuno è legato a quello degli altri. È la sfida del nostro tempo: salvare l’umano in un mondo che rischia di dimenticarlo.
Perché il bene comune non è un’utopia: è l’unica via per costruire una società giusta, inclusiva e capace di futuro.
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