Giustizia, Pace, Integrità del Creato
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La storia dell’umanità è una storia di migrazioni

Ethic 14.03.2026 Sergio del Molino Tradotto da: Jpic-jp.org

Chi si aggrappa a un passato puro è o un cinico o un ingenuo che non comprende che la propria vita è fatta dei sassolini e della sabbia che milioni di erranti portavano nelle scarpe lungo il cammino. Una visione vista da uno spagnolo.

 

«Follow the money», dicevano gli investigatori della serie The Wire, ispirandosi alla trama di Tutti gli uomini del presidente. Segui la traccia del denaro e arriverai al capo della mafia. Così procedono gli ispettori del fisco e i sociologi, ed è così che dovremmo procedere anche nelle questioni di identità. Ci perdiamo in dibattiti ontologici e metafisici sull’essere nazionale, su che cosa significhi essere straniero o su che cosa costituisca un paese, ma il garbuglio si chiarisce subito se seguiamo il cammino dei soldi. In fondo, è questo che Karl Marx disse a Hegel: lascia perdere le fenomenologie e segui il denaro. Solo così capirai come funziona il mondo.

Seguendo il denaro si vedono chiaramente le radici del nazionalismo basco, per esempio. L’aranismo — dottrina politica e culturale sviluppata da Sabino Arana (1865-1903), considerato il fondatore del nazionalismo basco moderno nella difesa dell’identità culturale del Paese basco — alla fine del XIX secolo nutriva un’ossessione per la purezza etnica, che riteneva minacciata dall’arrivo massiccio di contadini provenienti dalla Meseta e dal sud della Spagna per lavorare nelle acciaierie. Spaventati da tanti poveri coperti di fuliggine, gli aranisti si trincerarono in un sentimento di casta — da cui deriva l’aggettivo castizo — giustificato dalla purezza del sangue: i baschi sarebbero stati un popolo immacolato, impermeabile al latino dei Romani. Sabino Arana non fu il primo a ricorrere a questa verginità ancestrale. I signori della Biscaglia avevano già modellato il mito ai tempi della Controriforma. Quando l’Inquisizione perseguitava eretici e convertiti in tutta la Spagna, i nobili biscaglini sostenevano che nelle loro terre non erano mai arrivati né mori né ebrei e si vantavano di essere gli unici “cristiani antichi” in un paese di arrivisti e di mescolanze.

Non li animava il fervore religioso, ma il denaro. Il certificato di purezza di sangue era un documento indispensabile per partecipare alla razzia conquistatrice. Non si concedevano encomiendas né sinecure nelle terre sottratte ai mori o nelle Indie a personaggi di stirpe dubbia. La purezza cristiana dei biscaglini garantiva loro il monopolio dell’amministrazione imperiale; per questo la toponomastica dell’America è piena di sonorità basche e molti creoli che guidarono l’indipendenza delle repubbliche americane — e i cui discendenti continuano a occupare seggi parlamentari e presidenze — avevano più di otto cognomi baschi.

Chi vuole sapere perché l’identità sia così importante non deve scavare nei sentimenti dei poeti né lasciarsi ingannare dalla nostalgia degli emigranti. Basta seguire l’argento che scendeva il Río de la Plata da Potosí fino a Buenos Aires e veniva imbarcato su galeoni diretti a Cadice. Schivando corsari inglesi e tempeste tropicali, la spedizione arrivava sicura ai porti di Sabino Arana e ai colori verde, rosso e bianco dell’ikurriña. Oggi, come allora, si tratta di tenersi l’oro e di non condividerlo con quelli della tribù accanto, accusati di essere vili e impuri — in definitiva indegni della prosperità.

La purezza è un mito utilizzato per giustificare conquiste o per preservare privilegi che si percepiscono minacciati. Consolidare questi miti richiede molta coercizione e propaganda, perché l’esperienza quotidiana ci dice che siamo fatti di milioni di mescolanze. Le forme pure esistono soltanto nelle astrazioni della geometria e nelle altezze celestiali della teoria. Vivere significa convivere. E convivere significa contaminarsi, lasciarsi influenzare dall’altro. L’endogamia è la strada più sicura verso l’estinzione e il ritardo mentale.

Non esiste società che non sia il risultato di ibridazioni. Non esiste lingua — nemmeno l’antica lingua basca — che non sia composta da molte altre che l’hanno preceduta, circondata, trasformata o sostituita. In Spagna parliamo un latino nel quale si sono incastonate parole iberiche e celtiche (balsa, vega), già molto segnato dall’etrusco (ancora, cipolla) e dal greco (teatro, bodega). In seguito si è impregnato del germanico primitivo parlato dai visigoti (guerra, ropa), del basco (izquierda, boina, chatarra, bacalao) e, naturalmente, dell’arabo (almohada, metà dei toponimi spagnoli, migliaia di parole, tra cui ojalá), ma anche del nahuatl (chocolate, tomate, chicle), del maya (patatús, campechano) e del quechua (cancha, chiripa, china nel senso di «sassolino»), tra molte altre lingue con le quali il castigliano si accoppia in una perpetua orgia linguistica. Parliamo con parole molto antiche che già risuonavano nella penisola iberica prima dei Fenici, ma anche con molte altre lasciate in eredità dai conquistati, dai conquistatori e da tutti gli erranti che andavano e venivano per mille motivi.

Lo stesso accade con il cibo: ogni cucina è fusione. Quando mangiamo un cocido, sorseggiamo la zuppa dell’adafina ebraica - stufato tradizionale della cucina ebraica sefardita, preparato soprattutto dagli ebrei della penisola iberica prima dell’espulsione del 1492 -, l’olla podrida cristiana e il cous cous maghrebino. Senza l’America, il brodo non avrebbe quella tinta rossa della paprika e non esisterebbe il chorizo «del mio paese» celebrato con tanto orgoglio sciovinista. Né i pomodori di Barbastro né le patate galiziane provengono realmente da Barbastro o dalla Galizia, così come l’asado argentino è fatto con bovini europei emigrati. Non esiste un solo piatto tradizionale che non sia il risultato di invasioni e incroci di altre tradizioni che, a loro volta, sono mescolanze di molte altre. Sushi e kebab non fanno forse già parte della gastronomia spagnola, quotidiani quanto il gazpacho? Perché c’è stato un tempo in cui il gazpacho era un piatto esotico a Burgos. Tra cento anni solo gli studiosi sapranno che il sushi è originario del Giappone.

Di fronte all’immagine nazionale di una comunità statica e perenne, identica a se stessa secolo dopo secolo, si impone l’idea di un mondo dinamico, un pendolo di Foucault inarrestabile di masse che vanno e vengono, mettendo in discussione il mito della sedentarietà. Il fatto che l’Homo sapiens abbia arato la terra e fondato città nel periodo che chiamiamo Neolitico — origine degli Stati moderni — non significa che gli individui abbiano abbandonato le loro abitudini nomadi. Non abbiamo mai smesso di andare da un luogo all’altro con i nostri bagagli. A volte come invasori e coloni. Altre volte come immigrati poveri che cercano di prosperare nella tribù più ricca, spesso lavando i suoi piatti e le sue latrine. Sempre come erranti che inseguono un posto nel mondo e quasi mai lo trovano — o lo trovano solo per un breve periodo, finché i loro figli o i loro nipoti non riprendono di nuovo il cammino.

Chi si aggrappa a un passato puro è o un cinico — come i signori della Biscaglia del XVI secolo che volevano tenersi l’argento delle Indie — o un ingenuo che non comprende che la sua vita è fatta dei sassolini e della sabbia che milioni di erranti portavano nelle scarpe.

Non è nemmeno necessario adottare una prospettiva globale o pan-storica per capirlo.

Alberto Núñez Feijóo deve la sua leadership del Partido Popular alla sua precedente condizione di presidente della Xunta di Galizia. In quanto tale, ha ereditato la storia di un popolo forgiato dall’emigrazione, al punto da generare una metonimia: in Argentina e Uruguay gli spagnoli vengono spesso chiamati «gallegos». Feijóo ha fatto campagna elettorale a Buenos Aires e ha approvato sovvenzioni per mantenere le case galiziane dell’Avana o di Zurigo, dove inviava gruppi di folklore, poeti e pulpeiras - specializzate nella preparazione e vendita del polpo alla galiziana - per attenuare la morriña, quel sentimento profondo di nostalgia, malinconia e desiderio della propria terra d’origine. Nella biografia di tutti i galiziani vive il ricordo dell’emigrazione di massa che ancora segna il paesaggio urbano. Basta guardare le scuole degli indianos nei villaggi, costruite con il denaro degli emigrati, o passeggiare nei giardini di Laxe a Vigo, dove i ristoranti alla moda occupano i locali delle antiche compagnie di navigazione che portavano i galiziani poveri oltremare. Si conservano ancora gli sportelli per l’acquisto dei biglietti e le tabelle delle tariffe. Tuttavia, come leader nazionale, l’ex presidente della Galizia promuove politiche di ritribalizzazione: mentre celebra l’eredità degli emigranti galiziani, vuole chiudere la porta ai migranti che oggi aspirano a vivere in Galizia e nel resto della Spagna.

Le religioni possono essere strumenti di tribalismo, ma sia il cristianesimo sia l’islam nacquero come rivoluzioni ecumeniche. Il mandato evangelico di accogliere chi fugge e la proverbiale ospitalità araba manifestano la consapevolezza che il mondo è sempre in movimento e che l’arroccamento tribale è contrario al tessuto comunitario e alla virtù. Si accolgono i migranti perché anche noi potremmo esserlo. Dimenticarlo significa consegnarsi alla politica della paura, il primo passo per trasformare gli stranieri in mostri.

Prima di diventare fanatici che si massacravano a vicenda, i primi rivoluzionari cristiani e arabi compresero che le differenze culturali sono accidenti superficiali che si superano con facilità. La letteratura e l’arte raggiungono l’universalità perché attraverso di esse ci riconosciamo al di là di qualsiasi minuzia tribale. Non esistono dèi, lingue, re o oceani abbastanza grandi da impedirci di capire quello straniero che ci assomiglia tanto. Piange per le stesse ragioni. Forse non ride delle stesse battute — perché l’umorismo è contesto e immediatezza — ma comprende le nostre gioie e i nostri dolori.

Nell’Odissea si celebrano molte ecatombi: si sacrificano buoi o agnelli, si arrostiscono le cosce e si tagliano in piccoli pezzi che si mangiano con pane azzimo e verdure. In altre parole, si mangia un kebab — lo stesso che Gesù Cristo condivise con i suoi apostoli nell’ultima cena.

Quando i soldati di Hernán Cortés entrarono nella piazza di Tenochtitlán, Bernal Díaz del Castillo descrisse alcune donne accovacciate che preparavano focacce di mais ripiene di carne e di verdure non identificate, ma che agli occhi di chiunque appaiono come tacos.

Superata la prima impressione, al secondo morso ci riconosciamo nel cibo degli altri, perché tutte le gastronomie sono combinazioni di proteine, verdure e carboidrati molto meno diverse di quanto sembri. Una pizza alle acciughe, un taco al pastor, una crêpe al salmone, un’empanada di zorza, un sandwich inglese al cetriolo, un gyros con patate o un bao con polpo in tempura sono, in fondo, la stessa cosa, così come le culture sono variazioni di uno stesso tema umano. Per questo anche i giapponesi piangono ascoltando la Ciaccona di Bach, come se fossero luterani tedeschi del XVIII secolo.

Temere la dissoluzione della propria cultura in altre straniere significa avere paura dell’umanità stessa e illudersi che vi sia qualcosa di irriducibile e originale nella nostra lingua o nelle nostre usanze volatili, quando non sono altro che plagio e rielaborazione di tante altre. Foglie e forme trascinate dai viandanti, niente di più.

Abbracciare l’ecumenismo significa accettare la nostra impurità e la nostra natura bastarda. Rinunciare alle illusioni di nobiltà è un imperativo necessario affinché le società complesse e aperte dell’Europa continuino a mutare come hanno sempre fatto, ospitando nell’ideale democratico quel mosaico le cui tessere finiranno inevitabilmente per fondersi senza che si notino le linee di frattura.

Accadrà così, lo vogliano o no gli xenofobi, e sarà più facile per tutti se lo accetteranno fin dall’inizio invece di arroccarsi, come fece Sabino Arana, a proteggere il proprio castello di sabbia da una marea che non smette mai di salire e davanti alla quale non resta che nuotare.

Ver, La historia de la humanidad es la historia de las migraciones

Immagine © Óscar Gutiérrez

 

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