Giustizia, Pace, Integrità del Creato
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Giustizia, Pace, Integrità<br /> del Creato
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«Nel XXI secolo è inammissibile che non abbiamo ancora sconfitto la povertà»

Ethic 15.04.2026 Esther Peñas Tradotto da: Jpic-jp.org

La filosofa Adela Cortina (Valencia, 1947) diffida di ciò che è effimero, passeggero, contingente. Di fronte alle emozioni, figlie dell’impulso, i sentimenti si prolungano nel tempo, si modulano, si coltivano. Invece dell’empatia — quel comprendere fugacemente l’altro — pone invece la compassione, che non solo accoglie la sofferenza altrui, ma agisce per alleviarla. Da qui il peso centrale delle virtù nel suo pensiero: esse impegnano chi le esercita. La sua etica si fonda sulla giustizia e sulla persona, e difende ciò che definisce il “felicitante”, ossia ciò che genera una felicità autentica promuovendo le relazioni umane, la solidarietà e la crescita personale.

La filosofia ha analizzato, da un lato, la necessità di preservare l’individuo e la sua identità e, dall’altro, l’esigenza imprescindibile di costruire e vivere la comunità. Come si conciliano l’io e il noi? Quando deve prevalere l’uno e quando l’altro?

La proposta migliore per conciliare l’io con il noi è il personalismo, centrato sulla realtà della persona, che è individuo ma sempre in relazione necessaria con gli altri. Non esistono individui isolati, totalmente scollegati gli uni dagli altri. Questa è una mistificazione che conduce a promuovere un individualismo esasperato, con conseguenze disastrose come l’esaltazione dell’egoismo.

Non esistono neppure, per natura, comunità chiuse e miopi, incapaci di adottare uno sguardo cosmopolita per comprendere il mondo. Siamo persone: individui in relazione, in dialogo, appartenenti a gruppi differenti con i quali condividiamo identità diverse, ma capaci anche di elevarci a un livello universale.

È vero che, secondo l’antropologia evolutiva e le neuroscienze, il nostro cervello conserva tendenze tribali perché, nel corso del processo evolutivo, vivevamo in gruppi chiusi che rafforzavano l’aiuto reciproco all’interno del gruppo e il rifiuto dell’esterno; avevamo bisogno di un senso di appartenenza per sopravvivere. E ancora oggi si rafforza questa convinzione secondo cui abbiamo bisogno di vivere il nostro senso di appartenenza a diversi gruppi, attraverso simboli condivisi e celebrazioni rituali che ci portano a sentirci parte di una collettività.

Ma da questa stessa necessità è nata anche la tendenza al tribalismo, che può degenerare nella polarizzazione quando intervengono agenti polarizzanti ad esasperare gli animi, in senso politico, ideologico o emotivo. Purtroppo è proprio ciò che sta accadendo oggi, perché gli agenti della polarizzazione abbondano: alcuni lo fanno per professione, altri in maniera spontanea.

La buona notizia è che una tendenza non è un destino inevitabile. Non conduce necessariamente alla costruzione di società polarizzate e cariche di emotività. Il nostro cervello è plastico e dispone anche di altre inclinazioni capaci di edificare una società collaborativa.

Quali insegnamenti filosofici dovremmo applicare per ristabilire una convivenza sana, libera dalla polarizzazione e dal conflitto permanente, e ricostruire i legami sociali?

Dovremmo ricordare, con Aristotele, che siamo esseri sociali perché condividiamo il logos, che è ragione e parola, e ci permette di costruire insieme la casa, cioè la vita familiare, l’amicizia e l’economia. Ma questo è anche il fondamento della polis, la comunità politica, che riunisce famiglie ed etnie differenti e si distingue da esse perché tende naturalmente al bene comune e dovrebbe dunque impegnarsi a raggiungerlo.

La vita privata e quella pubblica affondano entrambe le loro radici nella parola, che non è una razionalità puramente logica e priva di emozioni o sentimenti, ma è attraversata da essi, da quelle ragioni del cuore di cui parlavano Blaise Pascal, José Ortega y Gasset e Xavier Zubiri.

Sarebbe inoltre altamente auspicabile tornare alle tradizioni filosofiche che hanno fatto della difesa della pace la loro principale preoccupazione, come nel caso emblematico di Marsilio da Padova, autore del Defensor Pacis, tra molti altri. E in questo anno 2026 è giusto ricordare con gratitudine e orgoglio l’arrivo di Francisco de Vitoria presso l’Università di Salamanca nel 1526.

Richiamare qui Per la pace perpetua di Immanuel Kant è quasi un dovere, tanto necessario quanto sentito, con il suo imperativo della ragione pratica: non deve esserci guerra, perché non è questo il modo in cui ciascuno deve perseguire il proprio diritto. Occorre però lavorare per una pace giusta, che non venga costruita ricattando i più deboli affinché rinuncino a ciò che spetta loro per giustizia.

La cooperazione è una delle garanzie affinché il progetto comune possa prosperare: un’azione congiunta orientata verso un fine condiviso. Oggi, secondo lei, quale dovrebbe essere questo fine comune per cui dovremmo cooperare?

Esiste una grande quantità di obiettivi che condividiamo, almeno a parole, e questa è già una buona notizia. Ma bisogna passare dalle dichiarazioni ai fatti concreti. Tra tutti questi obiettivi ne sceglierei due, nel solco di una tradizione interculturale ma profondamente sviluppati dalla filosofia occidentale: la costruzione della pace, cui ho già fatto riferimento, e l’eradicazione della povertà, che costituisce il primo degli Obiettivi di sviluppo sostenibile.

Non si tratta soltanto di alleviare la povertà, ma di eliminarla definitivamente. Nel XXI secolo è inammissibile che non siamo ancora riusciti a sconfiggere la povertà, quando esistono i mezzi per farlo e quando rappresenta un dovere dell’umanità intera.

Nel mio libro Aporofobia, il rifiuto del povero, ho cercato di ricostruire la storia dell’atteggiamento verso la povertà, mostrando il passaggio da una concezione che la considerava un male da eliminare per difendere la società, a una comprensione secondo cui è ormai un’esigenza indiscutibile di giustizia dare ai poveri gli strumenti per emanciparsi, affinché sia rispettato il diritto di ogni essere umano a non essere povero.

Valori come la solidarietà, il sostegno reciproco, l’ascolto e il rispetto, essenziali per l’armonia sociale, si possono apprendere?

È proprio da questa domanda che nacque l’etica: si può imparare la virtù? Se la risposta fosse negativa, allora dovremmo porci un’altra domanda: A cosa serve l’educazione?

La finalità dell’educazione dovrebbe essere quella di aiutare ciascuno a forgiare il proprio carattere incorporando le virtù che conducono alla felicità. I classici le consideravano eccellenze che plasmano la persona e apportano beneficio alla comunità.

Credo che sia ancora così: il compito dell’educazione consiste nel formare persone eccellenti, che competono con se stesse per sviluppare le proprie qualità migliori e le mettono al servizio della comunità per costruire una convivenza giusta e felicitante.

Lei ha parlato della ragione cordiale come fondamento etico. Quale ruolo svolgono le emozioni morali — come la compassione o l’empatia — nella costruzione di una comunità realmente collaborativa?

In realtà, il fondamento etico, la ragione per cui dovremmo collaborare, risiede nel valore delle persone e della natura. Ma questo valore diventa motore dell’azione quando l’individuo lo percepisce e si sente spinto ad agire in suo favore. Per questo la compassione svolge un ruolo essenziale; ed è per questo che parlo di una ragione cordiale, cioè di una ragione compassionevole.

L’empatia è un’emozione che ci permette di metterci nei panni dell’altro, di condividere la sua sofferenza così come la sua gioia, ma in realtà non ci obbliga a nulla. Ricordo spesso quella frase secondo cui il carnefice prova una grande empatia verso la propria vittima e proprio per questo sa dove colpirla nel modo più doloroso.

La compassione, invece, è anch’essa la capacità di mettersi nei panni di chi soffre, ma ad essa si unisce l’impegno ad aiutarlo a superare la sofferenza.

Quale ruolo svolgono, da un lato, l’educazione e, dall’altro, i mezzi di comunicazione nel benessere della comunità?

La parola benessere non mi entusiasma particolarmente. Forse perché esiste un proverbio valenciano molto diffuso che dice: el que estiga bé, que no es menegechi sta bene non si muova —, ed è un proverbio che mi irrita profondamente.

Da un lato, perché credo che le persone debbano avere il coraggio di lottare per la felicità come progetto di vita e non limitarsi a stare bene; dall’altro, perché se vogliamo società giuste dovremo spesso sacrificare una parte del nostro comfort personale o collettivo.

Quanto al ruolo dell’educazione nella costruzione di società giuste — quelle che pongono le basi affinché ogni persona possa realizzare i progetti di vita che ha ragione di valorizzare, per usare le parole di Amartya Sen — esso è cruciale.

Come affermava Immanuel Kant: L’uomo è ciò che l’educazione fa di lui. E tra gli attori di questo compito educativo i mezzi di comunicazione svolgono, a mio avviso, un ruolo essenziale, anche se — salvo eccezioni — oggi stanno contribuendo a una sorta di diseducazione. Puntano sulla morale del camaleonte, quella che dice: Mi adatto a tutto pur di fare carriera.

I social network promettevano comunità, ma spesso producono frammentazione. Quali condizioni dovrebbero verificarsi affinché la tecnologia favorisca una collaborazione autentica?

La struttura stessa delle piattaforme sociali dovrebbe essere radicalmente trasformata. Sono diventate macchine tossiche e addictive, per usare l’espressione di Ronald Deibert, perché non mirano a creare comunità, ma a trattenere il maggior numero possibile di utenti il più a lungo possibile, per estrarre i loro dati e trasferirli ai veri clienti delle piattaforme: non gli utenti stessi, ma aziende private o Stati totalitari.

Il meccanismo consiste nel creare dipendenza dalle reti sociali affinché persone di ogni età non riescano più a separarsene, e stanno riuscendo perfettamente nel loro intento. Associazioni come Proyecto Hombre hanno già inserito la dipendenza dalle piattaforme digitali tra i grandi problemi sociali contemporanei.

Come spiega Shoshana Zuboff, si tratta di un nuovo modello produttivo che trasforma gli utenti in materia prima. L’imperativo kantiano del fine in sé viene sostituito da un imperativo estrattivo — estrarre il massimo numero di dati dal maggior numero possibile di utenti — e da un imperativo predittivo, poiché dai dati si progettano futuri comportamenti. Gli effetti sono devastanti, ed è facile constatarlo.

Inoltre, su queste piattaforme si esprime un’opinione pubblica sottoposta a ciò che Elisabeth Noelle-Neumann definì spirale del silenzio. Il potere dell’opinione pubblica nel governare le società è immenso, e coloro che cercano di orientarla tengono sempre presente l’intuizione di Alexis de Tocqueville: Gli uomini temono l’isolamento più dell’errore.

Di conseguenza, le persone si adeguano, tanto nelle opinioni quanto nelle scelte di vita, alle narrazioni considerate politicamente corrette. Le proposte valide ma minoritarie finiscono così per essere soffocate e dissolte nel silenzio.

Ho affrontato estesamente questi temi in Etica o ideologia dell’intelligenza artificiale?, perché credo che questa dinamica renda impossibili la democrazia e lo spirito dell’Illuminismo, impedendo ai cittadini di avere il coraggio di servirsi della propria ragione.

Ambizioni imperialistiche, degrado del pianeta, consumismo estremo, una società dominata dall’egocentrismo… Ogni epoca, diceva Jorge Luis Borges, si considera peggiore delle precedenti. Eppure mai come oggi abbiamo avuto una tale consapevolezza dei grandi problemi che affrontiamo, né forse una così forte disposizione a risolverli. È ottimista riguardo al futuro?

Né ottimista né pessimista, ma tutto il contrario. Ottimismo e pessimismo sono emozioni passeggere, dipendono dal momento, dal luogo, dalle circostanze. Sono troppo fugaci per costruire qualcosa di solido, mentre i problemi di cui stiamo parlando richiedono materiali ben più robusti, come la speranza.

Quella speranza che è una virtù morale, coltivata giorno dopo giorno con impegno, cercando di elaborare ragioni che permettano di sperare in un futuro giusto e, possibilmente, felicitante per tutte le persone, senza esclusioni. Perché gli esseri umani possiedono dignità, e non semplicemente un prezzo.

Vedere, «En el siglo XXI es inadmisible que no hayamos acabado con la pobreza»

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